Il Decreto Rilancio è stato varato ed ora è in via di approvazione del Parlamento. Il provvedimento è molto corposo, ma rischia di non aiutare la ripresa

Vi ricordate l’annoso problema del cosiddetto Milleproroghe?

Ecco, il decreto che doveva accompagnare la riapertura del Paese dopo la fine del lockdown o blocco da isolamento (perché non siamo capaci di chiamare in italiano quello che ci hanno costretto a fare per 2 mesi), chiamato inizialmente Aprile, poi ribattezzato Maggio, ora Decreto Rilancio, visto che maggio sta passando, assomiglia maledettamente a quel provvedimento omnibus diventato negli anni una delle peggiori abitudini della legislazione italica.

Infatti, a guardare il Decreto uscito il 13 maggio, sera, con 256 Articoli e 437 pagine, che hanno girano da un ministero all’altro considerando che era partito con quasi 800 pagine, c’è dentro di tutto: mille mini-provvedimenti, altrettanti rivoli di spesa che compongono i 55 miliardi complessivi di manovra.

Dentro non c’è un’idea forte, se non quello di distribuire risorse, prima di tutto sulla carta, come è stato per il decreto liquidità, poi si vedrà un po’ a tutti.

Tanta spesa corrente, poca spesa in conto capitale, zero investimenti strategici. A ben pensarci, è lo stesso tratto distintivo delle manovre finanziarie di tutti i governi degli ultimi anni, da Renzi in poi. Prima si dava meno e ci si scannava politicamente su quel poco che c’era, perché i vincoli europei impedivano di andare oltre una certa soglia di deficit. Ora si mette sul tavolo molto di più e ci si scanna, sempre dentro la maggioranza, allo stesso modo, perché l’emergenza ha fatto venir meno le soglie di deficit e di debito, ma la logica è la stessa: darli 80 euro di Renzi al reddito di cittadinanza del Conte1, dall’Iva al 4% su pannolini ed assorbenti del Conte2 ai 500 euro di bonus per la bicicletta elettrica del Conte2 bis, tanto per dirne una.

Intendiamoci, non è che ritengo che mai come ora interventi di sostegno e di sollievo non sono necessari; ma andrebbe fatta una distinzione tra chi ha davvero bisogno – chi si mette in fila davanti agli sportelli del monte pegni o chi aspetta il cibo della Caritas è certamente indigente e chi pur in difficoltà può tirare avanti, per il semplice motivo che siamo un paese troppo indebitato di debito pubblico e con troppo sommerso per poterci permettere un intervento a pioggia indistintamente.

Vorrei ricordare che, un conto sono gli interventi anti-povertà un altro il sostegno ai consumi.

Ricordo anche che occorre distinguere tra aiuti alle persone e alle famiglie e gli interventi a favore delle imprese e del sistema economico nel suo complesso; mettere insieme le tre cose non aiuta a profilare bene gli aiuti, ad agire con rapidità e semplicità e a centrare gli obiettivi. Se poi si aggiungono altre cose, come mettere una trentina di commissari tra concessioni autostradali e altre opere pubbliche, o varare una sorta di sanatoria edilizia, questo decreto diventa un caos di sommatorie di provvedimenti.

Riteniamo che gli interventi di welfare dovevano essere predisposti e messi in atto durante il blocco da isolamento, quelli di sostegno per le micro-attività commerciali e dei settori minori bloccate dalla serrata anti Corona Virus per i bar, parrucchieri, colf, persone di servizio, ecc. coincidendo con il momento della riapertura che è stata il 4 maggio.

Tutto un altro capitolo di intervento deve riguardare le imprese. Qui occorre distinguere i bisogni sia sulla scala del tempo (fase2 e fase3) sia lungo l’asse delle diversità, intese per dimensione, comparto, mercati. Vogliamo ricordare che un negozio, un bar, un ristorante hanno esigenze diverse delle industrie manifatturiere micro, piccole o medio-grandi, ma comunque inserite nelle filiere internazionali e con mercati di sbocco diversificati, sono sicuramente diverse da quelle delle PMI con il solo mercato nazionale a disposizione, che a loro volta andrebbero distinte tra quelle rimaste analogiche e scarsamente indirizzate all’innovazione tecnologica, e quelle che hanno almeno messo il naso nella dimensione 4.0.

Un ragionamento, ancora diverso, và affrontato sia per dimensioni che per valore aggiunto, nel campo dei servizi, ancor più vasto e diversificato dell’industria, dove c’è il terziario così detto povero, per contenuti e tipologie di lavoro, e quello ad alto valore, fortemente integrato con l’industria di cui è addendo indispensabile.

Infine ci sono settori, come per esempio la filiera dell’agro-alimentare dai campi alla distribuzione, che richiedono interventi molto specifici e coraggiosi si devono regolarizzare in modo strutturale, i lavoratori esteri che assicurano la cura dei campi e la raccolta di frutta e verdura decidendo che il reddito di cittadinanza deve coincidere con l’impegno a fare tutti i lavori fin qui anche rifiutati dagli italiani e da altri, come il turismo, che rischiano di rimanere bloccati ben oltre la fine del blocco da isolamento e che devono in qualche modo essere ripensati, tanto da pensare di richiedere la dichiarazione di stato di emergenza.

Se ragioniamo con il filo logico così impostato andrebbe richiesto di definire a monte quali scelte strategiche di politica economica s’intendono fare, e in quale contesto di politica di bilancio vanno collocate.

Occorre scegliere se sostenere i consumi e in che modo: distribuendo soldi, usando la leva fiscale, usando gli investimenti privati o investimenti pubblici diretti e, anche qui, scegliendo tra una drastica riduzione delle tasse sulle imprese obbligando che i risparmi si tramutino in impieghi finanziari chiari ed espliciti.

Scegliere è arduo perché vuol dire confrontarsi non per sistema elettorale ma per idee di come ci si vuol confrontare sul futuro, essere uno stato che mantiene lo status quò o pensa allo sviluppo e che ogni cittadino deve fare la sua parte con lo stato che raccorda e facilita; perché deve essere chiaro che tutto, per sommatoria, non è possibile fare, altrimenti il debito, già destinato come minimo a portarsi intorno al 160% del pil, esploderà e diventerà impossibile la sua sostenibilità sui mercati finanziari.

Certo, in questo momento dobbiamo spendere, ma per un paese già fortemente indebitato siamo obbligati a farlo con giudizio che è condizione indispensabile per non morire di indolvenza anziché di carestia, va trovato un giusto equilibrio tra quantità e qualità della spesa, sapendo che tra i due valori c’è un rapporto direttamente proporzionale: tanta è maggiore la qualità della spesa, tanto più alti potranno essere i livelli sopportabili di deficit e debito, e viceversa.

Ricordo che noi abbiamo tre strade da percorrere:

Quella dell’assistenzialismo diffuso e della statalizzazione delle realtà economiche in crisi, che è la strada scelta da Conte su spinta dei M5S con un imbarazzante silenzio di accondiscendenza del Pd.

Quella della semplificazione burocratica, della regolamentazione leggera della radicale riscrittura del codice degli appalti e di tutte le riforme che sono necessarie per mettere fine alla “imposizione giudiziaria” in corso da quasi trent’anni.

Rendere più esplicite e ricche di dettagli queste due scelte vuol dire creare le condizioni per scegliere, prima che si arrivi alla fase3, che è altrettanto indispensabile di quanto sia provvedere a dare soccorso a chi ne ha bisogno nella fase2 della riapertura.

Lo sappiamo benissimo che per farlo occorrerebbe avere un esecutivo non solo in grado di decidere, ma anche capace di farlo e assieme un parlamento e forze politiche che fossero idonee a sviluppare un dibattito fecondo intorno alle scelte di strategiche di fondo, anziché perdersi in discussioni strumentali e marginali.

Ma, invece, non abbiamo nessuna di queste condizioni!

Nel paese, tra le forze economiche, le competenze manageriali e le energie intellettuali, in questi mesi si è sviluppata una discussione come da tempo non avveniva, anzi si è addirittura scatenata una corsa alla progettualità, scrivere documenti di analisi, elaborare proposte, Convegni di ricorrenze (il ventennale di Craxi, l’anno della morte di De Michelis, il ricordo di Marino Cortese e i 42 anni della morte di Moro) si sono preparati scritti che non abbiamo difficoltà a definire insperata e molto incoraggiante su uomini e idee che ci sono in campo.

Noi oggi abbiamo tante task force create in questi 3 mesi che hanno un solo intento cercare di colmare le due linee quelle del Presidente del Consiglio e quella del Ministro del Tesoro cercando di dimostrare che non c’è differenza d’impostazione cercando di dimostrare che attorno a Conte ma soprattutto per suo supporto si sia riunito il meglio dell’intellighenzia nazionale; ma quando la pandemia sarà finita, e finirà prima o poi, e la recessione comincerà a mostrare tutta la sua dimensione e la sua dirompente forza di smarrimento economico che sarà epocale e a quel punto la crisi sociale non potrà che scoppiare, allora si dovrà attingere a piene mani, se si vorrà salvare l’Italia dalla catastrofe, dal fenomeno di intelligenze spese con questo fermento.

È venuto il momento di formare una nuova classe dirigente!

Ora o mai più!

Nell’entrare nel decreto che dopo continui rinvii la sera del 13 maggio è stato varato, con continue aggiunte, strappi e ricuciture in seguito a dissidi all’interno della maggioranza sulle misure da approvare, il Decreto Rilancio, ex decreto aprile ed ex decreto maggio, è ora definito ed è arrivato alle Camere per la sua approvazione, anche se essendo un DL dovrebbe essere già operativo, sicuramente mentre scrivo si definirà la cosa.

Il DL è un provvedimento di 256 articoli e 436 pagine.

«Nella mia vita ho fatto e visto molte leggi, anche, finanziarie: le più lunghe erano brevissime rispetto a questo decreto. Non capisco perché sia scelto di fare un provvedimento così lungo», è il primo commento di Francesco Forte, economista ed ex ministro delle Finanze e per il Coordinamento delle politiche comunitarie.

Ci sembra che si siano posti alcuni paletti, anche piuttosto arzigogolati, sullo stop al saldo e all’acconto di giugno. Diverso sarebbe stato prevedere uno sconto sull’Irap per chi, avendo subito una chiusura a causa dei Dpcm sul coronavirus, non ha potuto svolgere la sua attività e quindi ha avuto un danno. In effetti si è ipotizzato di concederlo alle imprese che abbiano perso almeno un terzo del fatturato rispetto a quello dell’aprile 2019.

Così si penalizza chi magari è riuscito a tenere stabile il fatturato, o a ridurne le perdite, ma ha visto nel contempo aumentare i costi e quindi diminuire i suoi utili. E poi non bisogna dimenticare che si può aver avuto un fatturato minore per cause indipendenti dal coronavirus, quindi c’è il rischio di dare un bonus anche a chi non è stato realmente danneggiato.

Il grosso degli aiuti alle imprese riguarda però i contributi a fondo perduto per quelle sotto i 5 milioni di fatturato, gli sconti sulle ricapitalizzazioni per quelle tra i 5 e i 50 milioni di fatturato e l’intervento di Cdp per quelle con fatturato più alto.

Ci sembra un meccanismo inutilmente complicato quando bisognerebbe dare somme a fondo perduto ai settori che hanno subito la chiusura, proporzionalmente al danno presunto, il più possibile indipendentemente dal livello di reddito, basandosi quindi sulla perdita del fatturato. Andrebbe anche studiato il modo di far arrivare tali somme nel modo più rapido possibile, anche come credito di imposta immediatamente utilizzabile. Non si può infatti perdere altro tempo e arrivare quando le imprese hanno già chiuso i battenti.

Noi prevedavamo degli stanziamenti a fondo perduto per le P. Iva, Lavoratori Autonomi e Liberi Professionisti e/o Studi Professionali Associati, perché anche loro sono stati danneggiati. Deve essere un indennizzo per chi ha subito un ingiusto danno. Ingiusto dal suo punto di vista, naturalmente. Mi spiego con un esempio. Se i Vigili del fuoco per poter spegnare l’incendio in un palazzo, cosa giusta, danneggiano prima un altro fabbricato, è chiaro che il proprietario di quest’ultimo ha subito un danno ingiusto. E ai sensi dei principi generali del diritto stabiliti dal codice civile, chi ha subito un danno ingiusto ha diritto a un indennizzo, in proporzione ai mancati guadagni.

E’ molto complicato ed è chiaro che è difficilissimo calcolarli e bisogna basarsi su parametri opinabili, ma comunque oggettivi, come il fatturato. Bisognerebbe anche parametrare il tutto utilizzando un criterio temporale basato sui giorni in cui un’attività, causa Dpcm, è dovuta rimanere chiusa. Tutto questo può essere previsto in un decreto attuativo, ovviamente da emanare rapidamente.

Altra grossa parte del decreto riguarda i sostegni all’occupazione, con la proroga di quanto previsto nel decreto cura Italia, secondo noi si sarebbe dovuto semplicemente creare una Cassa integrazione straordinaria causa coronavirus, anziché utilizzare quella ordinaria, in questo modo si sarebbe potuto prevedere di coprire chiunque esercitasse un lavoro, reso impossibile dalla pandemia, indipendentemente dal tipo di rapporto esistente dipendente, autonomo, collaboratore e non si sarebbe fatta confusione con i CoCoCo e le P.Iva che sommate assieme sui 600 euro crea solo difficoltà di comprensione e di gestione contrattuale, una cosa sono gli Amministratori di Società un’altra sono i Professionisti non regolarizzati in Casse. Si sarebbe potuto pensare anche a differenziazioni a seconda della situazione familiare (figli a carico) o del luogo di residenza (per tener conto del diverso costo della vita).

Sono stati previsti anche dei bonus per incentivare i consumi. Oltre all’ampliamento di quelli per le ristrutturazioni, si è pensato a un voucher vacanze che non mi convince molto questa idea di un bonus per le vacanze, noi avremmo previsto in questo decreto delle indicazioni su quando e come poter tornare a parlare di vacanze, così da dare modo anche agli operatori del settore di prepararsi, pensando poi in un secondo momento, con un altro provvedimento, a un voucher vacanze, per non creare distorsioni o aspettative irrealizzabili.

In generale, secondo noi cosa manca in questo decreto rilancio, non ci convince l’idea di fondo, come detto in precedenza, manca l’idea di fondo. Va bene fare più deficit e quindi più debito, ma se ciò è finalizzato ad attività produttive, possibilmente investimenti, per esempio, in questo periodo di scuole chiuse prevedere una politica di incentivi per l’edilizia scolastica.

Quindi, è giusto aiutare le imprese a non chiudere, ma occorre anche mettere in condizione il Paese di tornare a crescere, così anche da salvaguardare meglio i posti di lavoro.

Il Direttore Generale Rete di Veneto Eccellenze