Juncker e Moscovici sono drastici nel chiedere al governo italiano di riscrivere completamente la manovra finanziaria altrimenti la Ue sarà costretta a sanzionarci pesantemente. Di Maio e Salvini, d’intesa con Conte e Tria, parlano senza mezzi termini di un’analisi “non attenta e parziale” dei provvedimenti penta – leghisti. Così nel conflitto, tutto politico, in corso tra Roma e Bruxelles, gli spazi di mediazione – che pure ci sarebbero e che da più parti, come nel caso dei suggerimenti di Draghi, sono stati evocati e incoraggiati – non vengono coltivati, anzi, e di conseguenza le possibilità di un armistizio si stanno facendo sempre più esigue. Formalmente, per la verità, si tratta di una guerra di stime. Ottimistiche quelle di Conte, più prudenti quelle di Juncker. Insomma, è sulle previsioni che si basa la disputa. Allora è lecita la domanda: quali sono le più fondate? Chi ha ragione, Tria quando sostiene che i provvedimenti contenuti nella legge di bilancio faranno impennare il pil, rendendo digeribile e persino riassorbibile l’eccesso di deficit che la manovra comporta, oppure la Commissione Europea, che non solo sanziona il nostro sforamento dei parametri Ue ma boccia la tesi secondo cui quel maggior deficit si tradurrà magicamente in più crescita?

Le previsioni economiche, in questi casi sembrano quasi come le previsioni astrologiche, si sa di solito sono meno attendibili di quelle astrologiche, perché non si basano su dati matematici ma su dati di possibile sensazione di sviluppo cercando di comprendere i comportamenti umani. E se poi a formulare è un Governo che si pone in contrapposizione con l’Europa più tradizionalista ed alle istituzioni comunitarie, è lecito aspettarsi che ciascuno plasmi la realtà a proprio uso e consumo per suffragare ipotesi divergenti. Ma la nostra tesi è che, in questo caso, abbiano torto ambedue i litiganti, e che le loro previsioni rischino, allo stato dei fatti, di rivelarsi fallaci, e per di più in entrambi i casi per eccesso. E sì, perché sia Roma che Bruxelles prevedono comunque una crescita dell’economia italiana, e a dividerle è una differenza di circa mezzo punto nella stima di aumento del pil quest’anno e nei prossimi. Mentre il vero rischio è che per noi di crescita non ce ne sia proprio, né poca né tanta. L’ultima rilevazione Istat, relativa al terzo trimestre 2018, ci dice infatti che siamo entrati in una fase di stagnazione, e sempre dall’Istat – cioè da un soggetto terzo e imparziale – abbiamo appreso che con buona probabilità gli ultimi tre mesi dell’anno avranno il segno meno davanti. Ergo, la crescita zero potrebbe diventare decrescita, e spalancare le porte alla recessione. La terza degli anni duemila, dopo quella del 2008 e la successiva del 2011.

Le avvisaglie ci sono tutte. La frenata delle imprese e dei loro investimenti, dovuta più ai fattori di mercato internazionale blocco in un andirivieni sulle tematiche del mercato, gli scontri su TAV e TAP. Una difficoltà strisciante e continua, esito del fatto che le banche sono state le prime vittime dello spread a 300 punti e vivono un clima di pesante avversione nei loro confronti, anche per loro volontà nel voler strafare e straguadagnare sia negli anni passati che anche oggi. Pertanto un forte rallentamento delle esportazioni, specie verso i paesi extra Ue, che si somma alla permanente stagnazione dei consumi interni. Insomma, tutto è fermo o si va fermando – persino dalla Lombardia e dal Veneto, e da Brescia e da Vicenza in particolare, giungono segnali di allarme – e di conseguenza sono molti gli indicatori che hanno acceso la spia rossa che predice l’arrivo di burrasca nel giro di pochi mesi. E siccome per entrare formalmente in recessione occorrono tre trimestri negativi di seguito, ecco che molti hanno cominciato a ipotizzare che a giugno prossimo, tra l’altro quasi in coincidenza con le elezioni europee del 26 maggio, saremo di nuovo in recessione. Facendo così impallidire tutte le previsioni, comprese quelle prudenti.

Vero? Non sono un economista e per noi è impossibile a dirsi con certezza. Ma considerarla un’evenienza possibile e per molti versi probabile, è perfettamente lecito sostenerlo. Anzi, sarebbe bene comunque temerla, un’eventualità del genere, perché solo così si potrebbe tentare di bloccarla sul nascere.

Come?

Non certo con quanto è contenuto nella manovra: con quell’abbondante e maldestro welfare assistenziale e con quel po’ di investimenti non ben identificati, si fa deficit senza fare crescita.

Per chi come me ha studiato qualche anno fa un po’ di economia a chiara lettura non c’è nulla di keynesiano.

Per la verità, nessuno si è azzardato a definirla tale.

Né il presidente Conte, né i vicepresidenti Salvini e Di Maio, che non dubito sappiano chi mai sia stato John Maynard Keynes barone di Tilton.

Tantomeno lo ha fatto il professor Tria, che sa benissimo come non possano minimamente essere ricondotti al pensiero del grande economista britannico provvedimenti che, senza alcuna significativa novità rispetto al passato, si illudono di stimolare la crescita dell’economia attraverso aumenti della spesa pubblica corrente in deficit. Tuttavia qualcuno, nel governo (il ministro Savona) ma anche a sinistra (Fassina), ha tentato di farci credere che con il reddito di cittadinanza saremmo di fronte ad una sorta di palingenetico New Deal, anche se non si capisce chi su questo nostro squinternato palcoscenico sarebbe il novello Franklin Delano Roosevelt. Peccato, invece, che si tratti di volgare continuità con il passato che ci ha portato nel terribile declino in cui siamo sprofondati da oltre un quarto di secolo.

Ecco perché la manovra è da cambiare: per evitare la recessione, non perché ce lo impone qualcuno che sia l’Europa o le Opposizioni sulla base di previsioni esse stesse sbagliate. Occorre cambiare verso alla nostra politica economica – e così facendo magari contribuendo a cambiare anche il verso di quella europea – non i numeri della manovra di bilancio. Se c’è chi, nel governo, tutto questo lo capisce – non lo crediamo, ma alla provvidenza non bisogna mai sbarrare la strada per prevenzione – allora sia conseguente e si dia subito da fare. Se invece, come è più probabile, prevale la somma tra i tanti che non lo capiscono e alcuni che non lo vogliono capire, allora sarà bene che siano gli italiani a suonare la fine della ricreazione. Da Torino, con la manifestazione pro Tav e pro infrastrutture, e da Roma, con il referendum sulla liberalizzazione dei servizi di trasporto locale  si attendono segnali incoraggianti. Come pure fa ben sperare il fermento che hanno suscitato le prime reazioni all’infame tentativo, diventato legge “postdatata”, di demolire ciò che resta (poco) del diritto attraverso la cancellazione della prescrizione, in nome dell’assurda tesi secondo cui allungando a dismisura i tempi del procedimento si accorciano quelli, lunghissimi, del processo.

Il vento deve cambiare, ma quale altro SHOCK hanno bisogno i Governanti Europei per capire che dobbiamo cambiare. Gli Imprenditori della Rete di Associazioni appartenenti a Veneto Eccellenze attendono le politiche di sviluppo Italiane ed Europee.

 Il Direttore Generale della Rete di Veneto Eccellenze