Dal 2010 al 2018 in Veneto si sono perse quasi 10.000 imprese edili. A certificare un record per nulla invidiabile è il tradizionale report sul Mercato dell’Edilizia in Veneto, realizzato dall’Osservatorio di Edilcassa Veneto. Lo studio conferma poi che piccolo non è più bello. Da quest’anno l’Osservatorio, il  tradizionale studio  sul  Mercato dell’Edilizia in Veneto, viene implementato con una elaborazione relativa all’analisi dei bilanci delle aziende artigiane di costruzioni.

L’analisi, fatta su un campione di oltre 600 bilanci di imprese iscritte in Edilcassa Veneto depositati presso le Camere di commercio, elabora vari indicatori di performance che fotografano in modo dettagliato l’andamento delle imprese del settore, con particolare riferimento agli indici di produttività e di redditività. Un’analisi che, simbolicamente, deve partire da un dato che fotografa in maniera inequivocabile la crisi di un settore che, nel’ultimo decennio, più di altri ha subito la crisi economica. Nel 2010, infatti, le imprese artigiane che in Veneto si occupavano di edilizia erano 58.074, alla fine dell’anno scorso sono scese a quota 48.110.  Di fatto, quasi 10.000 aziende e relativi lavoratori, non esistono più. Rispetto al terzo trimestre 2017, poi, nel 2018 si contano quasi 1.000 aziende in meno, circa 1.900 in meno nell’ultimo biennio. In termini relativi la perdita 2017/2018 è più che doppia nella costruzione di edifici rispetto ai lavori specializzati (-6,9% vs -3%).

In tutti i casi, a settembre 2018 il settore contava, appunto, oltre 48 mila aziende, di cui oltre 8 su 10 attive nei lavori di costruzione specializzati (installatori di impianti, tinteggiatori, posatori). Nello specifico, a Padova operavano 9.465 imprese, a Venezia 7.075, a Treviso 8.855, a Belluno 1.942, a Vicenza 8506, a Verona 10.044 e a Rovigo 2.223. Attualmente circa 9 mila imprese si occupano di costruzione di edifici (8.700 sono di cantieristica “operativa”, poco meno di 300 rientrano nell’ambito degli studi di ingegneria civile).  Scorrendo i dati del report, si scopre, poi, che 8 aziende artigiane su 10 del settore edile sono imprese individuali, nel 13% dei casi si tratta di società di persone mentre il 6% è costituito in forma di società di capitali. L’incidenza delle società di capitali varia da circa l’8% della provincia di Padova a poco più del 4% nel bellunese. Passando all’analisi dei bilanci, si scopre che 6 aziende su 10 hanno aumentato il fatturato nel 2017 (in media +8,8%), l’87% ha realizzato utili (mediamente 3,6% del fatturato); molto bene anche la redditività del capitale investito, migliorabili, invece, la  redditività operativa, la solidità patrimoniale e la liquidità.

Per quel che riguarda gli indici di produttività, poi, meno della metà delle aziende registrano miglioramenti della produttività per dipendente, a fronte di quasi 6 aziende su 10 con costi del lavoro per dipendente in crescita. In termini complessivi, comunque, si evidenzia un incremento della produttività intorno ai 6 punti percentuali, in linea con la crescita media del costo del lavoro. I parametri medi del 2017 sono in miglioramento o tutt’al più in linea con quelli del 2016: quota di utile su fatturato e redditività aziendale crescono, indipendenza finanziaria, liquidità e grado di indebitamento sono quasi sovrapponibili alle dinamiche 2016. Il report, sfata, poi, il mito del “piccolo è bello”. Sono, infatti, le grandi imprese, quelle con oltre 1 milione di euro di fatturato (29% del campione) ed in particolare le “big” sopra 2 milioni, a trainare la crescita; stabili i segmenti tra 500 mila e 1 milione di euro e tra 250 mila e 500 mila euro. Le “piccole” (sotto i 250 mila euro, 18% delle aziende analizzate) sono, poi, in forte sofferenza. Oltre ad incrementare il giro d’affari, le imprese con fatturati più elevati riescono anche in misura maggiore a produrre utili e con incidenza maggiore sul fatturato (4,1% per quelle oltre 1 milione di euro contro 1,2% per quelle sotto i 250 mila euro).

I parametri di produttività scavano un solco altrettanto ampio tra le imprese “big” e quelle con fatturati minori: i ricavi medi per dipendente delle aziende oltre 2 milioni di euro di fatturato sono tripli rispetto a quelle sotto i 250 mila, mentre c’è meno differenziale nelle classi intermedie. Lo studio rileva, inoltre, che solo per le aziende sopra il milione di euro si ha una situazione “equilibrata” tra andamento del valore aggiunto per dipendente e costo del lavoro, mentre per le altre imprese retribuzioni e oneri per dipendente crescono ad un ritmo più elevato del valore aggiunto. Il report evidenzia poi che Il 45% delle aziende analizzate presenta una situazione patrimoniale più che solida (rapporto tra patrimonio netto ed attivo) sia nel 2017 che 2016, ed il 34% di ottimo livello. Per il 20% delle aziende si evidenzia una situazione critica dal punto di vista del merito creditizio, perdurante nel 16% dei casi da oltre un anno. Lo studio approfondisce anche le differenze territoriali del comparto.

Le aziende di Treviso, Padova e Vicenza accorpano quasi l’80% del fatturato complessivo prodotto. La quota fa riferimento alla localizzazione (sede legale) dell’azienda, non alle quote di fatturato prodotte effettivamente nelle differenti realtà territoriali. La distribuzione per numerosità delle aziende a livello provinciale è sostanzialmente in linea con quella del fatturato: la dimensione media in termini economici è dunque simile in tutte le province. Solamente in provincia di Belluno il fatturato non cresce (-3.4% 2017 su 2016) . Padova (+16.3%) e Verona (+11.1%) spingono verso l’alto la variazione media complessiva. Le imprese di Venezia, Rovigo e Treviso evidenziano mediamente le migliori situazioni di redditività. Ancora Belluno in coda. Per quanto riguarda la produttività si registra una situazione piuttosto eterogenea, con ricavi per dipendente in diminuzione a Belluno, Rovigo, Venezia e Verona, mentre in provincia di Padova l’incremento è di ottimo livello (+11,6%, ed è anche la provincia con il valore medio più elevato, quasi 209 mila euro per dipendente).

Il confronto tra variazione del valore aggiunto per dipendente e costo del lavoro pro capite, premia Treviso, Venezia e Vicenza, province cui la crescita del primo rapporto è più ampia del secondo. A Belluno, Rovigo e Verona la diminuzione del valore aggiunto per dipendente è seguita dalla diminuzione del costo del lavoro. Padova è, infine, l’unica in controtendenza, con il valore aggiunto pro capite che cresce meno del costo del lavoro (+2,9% vs.+2,3%).

Alberto Rodighiero