L’articolo 84 del Ddl di Bilancio 2020 rilancia la web tax all’articolo 1, comma 35, della legge di Bilancio 2019 in una veste in parte rinnovata e più aderente alla proposta di direttiva Com (2018) 148 final. Tra le principali novità spicca l’eliminazione della necessità del decreto attuativo, che rende automatica l’applicazione dell’imposta a partire dal 1° gennaio 2020. Il rovescio della medaglia è che gli aspetti di dettaglio andrebbero inclusi nella norma primaria, con il rischio di incorrere in lacune tecnico-procedimentali che, alla prova dei fatti, potrebbero comprometterne l’operatività. Da evidenziare anche l’introduzione di una “sunset clause”, che attribuisce temporaneità alla web tax italiana fino all’attuazione di disposizioni derivanti da accordi internazionali sulla tassazione dell’economia digitale.

Sul piano sostanziale la lista dei ricavi digitali in ambito è invariata, sebbene siano state previste alcune esclusioni, principalmente mutuate dalla citata proposta di direttiva UE: fornitura diretta di beni e servizi nell’ambito di una intermediazione digitale; fornitura di beni o servizi ordinati attraverso il sito web del fornitore quando questo non svolge funzioni di intermediario; fornitura, tramite interfaccia digitale, di contenuti digitali, servizi di comunicazione o servizi di pagamento; messa a disposizione di un’interfaccia digitale utilizzata per gestire servizi finanziari. Di derivazione domestica, invece, sono le ulteriori esclusioni relative all’organizzazione e gestione di piattaforme per lo scambio di energia elettrica, gas, certificati ambientali e carburanti, ed alla messa a disposizione di piattaforme per la vendita di prodotti soggetti ad accisa.

Anche le soglie di ricavi a livello globale (750 milioni di euro di ricavi generici) e domestico (5,5 milioni di euro di ricevi digitali) sono invariate; su questo punto l’elemento di novità è che deve farsi riferimento ai ricavi dell’anno precedente a quello di applicazione dell’imposta per verificare se tali soglie siano state superate. Ciò comporterà la necessità di calcolare a ritroso per il 2019 i ricavi digitali globali e domestici al fine di determinare l’applicazione o meno dell’imposta per il 2020.

È stato inserito il riferimento all’Internet protocol (Ip) quale sistema principale di geolocalizzazione degli utenti ai fini dell’allocazione dei ricavi digitali da tassare in Italia. Essendo ammessi altri sistemi di geolocalizzazione, sarebbe opportuno prevedere dei criteri per stabilire in quali circostanze è possibile deviare dall’Ip senza incorrere in contestazioni. Per l’individuazione della base su cui applicare l’imposta del 3% bisogna fare riferimento al totale dei ricavi digitali ovunque realizzati moltiplicato per la percentuale rappresentativa della parte di tali servizi collegata al territorio dello Stato. A tal fine i soggetti passivi devono tenere un’apposita contabilità per rilevare mensilmente le informazioni sui ricavi imponibili e per il calcolo delle percentuali di rilevanza dei ricavi tassabili in Italia.

La stima di gettito su base annua, che la Ragioneria generale dello Stato nella relazione tecnica del Ddl di Bilancio 2019 fissa prudenzialmente a circa 600 milioni di euro, potrebbe essere il motivo per cui alcune criticità – che di fatto ampliano la base imponibile – sono ancora irrisolte. Infatti, non è stata modificata la definizione dei ricavi globali, che si auspicava venisse limitata ai soli ricavi digitali; resta altresì immutata anche la soglia di ricavi italiani fissata a 5,5 milioni di euro, decisamente troppo bassa rispetto a quella di altri mercati dimensionalmente simili all’Italia. Conseguentemente, rischiano di essere attratti a tassazione anche i gruppi che hanno un business digitale non-core di ridotte dimensioni, in antitesi con la proposizione di applicare l’imposta ai grandi operatori del web.

Inoltre, non è stato risolto il problema della doppia tassazione che potrebbe emergere quando proprietario e gestore dell’interfaccia non coincidono. Questo punto è presente nella proposta di direttiva Ue, la quale chiarisce che nei casi in cui il fornitore del servizio pubblicitario e il proprietario dell’interfaccia digitale sono entità distinte, si considera che quest’ultimo non abbia fornito il servizio, ciò per evitare la doppia imposizione degli stessi ricavi.

Il Direttore Generale Rete di Veneto Eccellenze