Il denaro non fa la felicità. Saggia riflessione da arricchire, scrivendo che non fa nemmeno la signorilità, l’intelligenza, la cultura, la classe, l’altruismo, la generosità.

Esistono tre tipi di imprenditori: quelli di successo perché capaci o magari aiutati dagli dei (ndr: scrivere che hanno avuto un po’ di “culo” mi pareva brutto…), comunque di successo, poi ci sono quelli mediocri ed infine quelli che hanno proprio sbagliato mestiere e magari si ritrovano a fare gli imprenditori soltanto perché sono figli d’arte. I primi dedicano il loro tempo a pensare a nuove e continue strategie per consolidare o migliorare i fatturati. I figli d’arte invece sono degli imprenditori spesso obso”lenti” quasi sempre di scarse competenze e che spendono il loro tempo ostentando semplicemente la spocchia di chi vuole occultare le proprie incapacità.

I peggiori tuttavia, sono gli imprenditori mediocri. Non sono messi così male per convincersi a fare i bagagli e cambiare mestiere, non sono messi così bene da concentrarsi unicamente sulle loro (poche) vittorie.

Questi ominicchi per citare Leonardo Sciascia, vivono nel corrosivo limbo dell’invidia, nutrendosi di spritz e delazione, consumando energie non destinate a costruire nel proprio ma mirate soprattutto a distruggere l’immagine del successo altrui.

Non sono pochi purtroppo, sanno mimetizzarsi bene, sorridono con dentature di acrilico perbenismo, poi da bravi seguaci dell’Iscariota, colpiscono verbalmente ad ogni occasione, prendendo di mira l’attività concorrente se non addirittura la vita privata della persona che la dirige. Proliferano ad ogni livello o dimensione di azienda. Perennemente in guerra con tutti, compresi loro stessi sono pandemicamente distribuiti con equità nel commercio, nell’industria e nell’artigianato.

La loro mediocrità è seconda soltanto alla loro arroganza. Il problema maggiore risiede però nell’ottusità delle loro visioni ristrette che li conduce a trovare sempre una causa di forza maggiore a giustificazione dei loro insuccessi e soprattutto un responsabile a cui dare la colpa.

Fare impresa oggi in Italia è una delle esperienze più coraggiose ed impegnative che esistano. La crisi iniziata nel 2008, ha certamente scremato il settore separando i “combattenti” da quelle figure di cartone che scaldavano confortevoli poltrone dirigenziali, in aziende il cui lavoro prima della crisi entrava spontaneamente dalla porta principale senza troppi sforzi e fatiche.

Trovare nuovi clienti e nuovi mercati è una delle sfide più impegnative per l’imprenditore artigiano nel 2019. Una volta trovati questi nuovi clienti e questi nuovi mercati non si fa a tempo di prendere fiato, che bisogna nuovamente scendere in battaglia per proteggere e difendere dagli attacchi della concorrenza queste realtà faticosamente costruite. Bisogna poi scendere ancora una volta in battaglia anche nel post vendita, per non correre il rischio di non essere pagati, in un Paese come l’Italia in cui il credito d’impresa non è assolutamente tutelato a livello legislativo.

La morale è che questo Paese oltre che iniziare veramente ad onorare gli imprenditori morti suicidati da schiaccianti problemi, dovrebbe ancor più onorare chi è rimasto vivo e ogni giorno, a tutte le ore, sacrificando ogni piacevolezza della vita, dedica il proprio tempo nella propria attività per contribuire a risanare questa economia nazionale a brandelli, in un Paese a brandelli, in una Europa che sta riducendo le PMI a brandelli.

Stefano Cannas