La Legge di bilancio 2019 entra in vigore a gennaio 2019. Assieme al Def (documento di economia e finanza) è uno dei momenti più attesi e importanti del Paese, da questa infatti dipendono i conti pubblici italiani per l’anno successivo e gli obiettivi finanziari.

In discussione tra i banchi della squadra di Governo del premier Conte, si pone l’obiettivo di rientrare tra le più grandi manovre del cambiamento: la “manovra coraggiosa”. Al suo interno è prevista una serie di misure tra cui:

In breve, il Governo, con la Legge di bilancio, dà attuazione agli obiettivi fissati nel Def.

Una volta approvato il Def si passa all’esame della Manovra finanziaria, che deve essere presentata tramite un disegno di legge apposito entro il 15 ottobre di ogni anno.

Reddito e pensioni di cittadinanza 2019, Di Maio: Decreto a Natale

 Si è collegato in diretta su Facebook il ministro dello sviluppo economico Luigi Di Maio, per parlare della Legge di Bilancio 2019 e della sua misura bandiera: il reddito di cittadinanza. parlando agli utenti degli impegni del Governo, ha smentito che la misura (assieme a quota 100) non sia presente in Manovra, sostenendo che i dettagli arriveranno a ridosso di Natale o subito dopo per Decreto.

“Il reddito di cittadinanza, pensioni di cittadinanza e quota 100 ci sono nella legge di bilancio: chi dice che non ci sono sta dicendo bugie”, perché “in manovra ci sono i soldi, c’è la ciccia”, ha affermato il vicepremier pentastellato. ”Ma le norme regolamentari non possono stare lì” perciò “dopo la legge di bilancio, magari a Natale o subito dopo, si fa un decreto con le norme per reddito e pensioni di cittadinanza e riforma della Fornero. Lo faremo con un decreto, non un ddl perché ci vorrebbe troppo e c’è emergenza povertà”.

In pratica, in Legge di bilancio c’è la norma quadro che introduce le due misure, assieme ai soldi stanziati. Quello che manca però è il provvedimento che spieghi agli italiani quando e come saranno introdotte misure.

E persino il collega di Governo Giancarlo Giorgetti (sottosegretario alla Presidenza del consiglio), che nell’ultimo libro del giornalista Bruno Vespa ha messo in luce i rilievi critici della misura di inclusione sociale fortemente voluta dal Movimento 5 stelle: “Il reddito di cittadinanza? Ha complicazioni attuative non indifferenti. Se riuscirà a produrre posti di lavoro, bene. Altrimenti resterà un provvedimento fine a se stesso”.

Si attendono dunque i due provvedimenti normativi che faranno entrare a tutti gli effetti Quota 100 e Reddito di cittadinanza nel sistema economico-assistenziale italiano. Prima di allora non sapremo davvero come i cittadini dovranno comportarsi per beneficiare di queste misure.

Regime forfetario 2019, come cambia: le novità

L’ultima bozza della Legge di bilancio 2019, all’esame del Parlamento in queste ore, conferma quello che già da mesi era stato annunciato: un nuovo Regime forfetario2019, che dal prossimo gennaio poterà molte novità e cambiamenti tra i liberi professionisti.

Tutto nel quadro generale di una graduale introduzione della Flat tax, che per motivi di spesa pubblica (già sotto attacco in queste ore dall’opposizione e dall’Ue), sarà per ora riservata solo alla Partite Iva. Insomma un’estensione del regime forfetario.

Cerchiamo di capire meglio quali modifiche verranno attuate e cosa cambierà per i liberi professionisti.

Come si legge nella bozza del Ddl Bilancio, all’articolo 1 della Legge sul regime forfetario (Legge n.190 del 23 dicembre 2014), sono apportate le seguenti modifiche:

“i commi 54 e 55 sono sostituiti dai seguenti commi: I contribuenti persone fisiche esercenti attività d’impresa, arti o professioni applicano il regime forfetario di cui al presente comma e ai commi da 55 a 89 del presente articolo, se nell’anno precedente hanno conseguito ricavi ovvero hanno percepito compensi, ragguagliati ad anno, non superiori a 65 mila euro”.

Tradotto, possono accedere al regime forfetario coloro che generano un reddito annuo fino a 65.000 Euro. In base alla disposizione attuale, invece, le soglie di ricavi che occorre rispettare per poter accedere al regime variano in base al codice attività esercitato dal soggetto aderente (c.d. codice Ateco.

Quindi la mini-flat tax al 15 per cento si applicherà alle partite iva con ricavi o compensi fino alla soglia di 65 mila euro.

Per accedere al regime forfetario occorre possedere i seguenti requisiti:

  • Rispettare il limite di reddito di 65 mila euro;
  • L’attività non deve essere la continuazione di una precedente attività svolta a livello subordinato;
  • Le spese per collaboratori o lavoratori non devono superare i 5 mila euro annui

Sono anche state modificate alcune clausole di esclusione, tra cui:

  • è precluso l’accesso ai soci di srl: con la nuova formulazione introdotta in Legge di bilancio l’accesso al regime sarà precluso a coloro che, sempre contemporaneamente all’attività per cui godono del regime agevolato, sono soci di società a responsabilità limitata (srl), ancorché non abbiano esercitato l’opzione per la trasparenza fiscale.
  • è precluso l’accesso a chi era dipendente nei 2 anni precedenti:sempre in base al testo del ddl bilancio, l’accesso sarebbe precluso a coloro che nel biennio precedente abbiano percepito redditi di lavoro dipendente o assimilati, e che esercitano attività d’impresa/arti o professioni prevalentemente nei confronti anche di uno dei datori di lavoro dei due anni precedenti o, in ogni caso, nei confronti di soggetti agli stessi direttamente o indirettamente riconducibili.

La Flat tax per le partite Iva avanzerà in modo graduale. Come abbiamo detto, nel 2019 partirà per chi ha un reddito fino a 65 mila euro, con un’aliquota al 15 per cento. Dal 2020 poi è prevista un’ulteriore estensione del regime a chi ha redditi tra i 65 mila e i 100 mila euro, con un’aliquota pari al 20 per cento.

I coefficienti di redditività da applicare all’ammontare dei ricavi e compensi conseguiti, al fine di determinare il reddito imponibile, restano invariati. Scompaiono però le singole fasce di reddito per un motivo molto semplice: il limite dei ricavi per l’accesso al regime è unico è di 65 mila euro. Dal reddito imponibile così determinato andranno poi dedotti i contributi previdenziali versati, e si applicherà l’imposta sostitutiva del 15 per cento.

Bonus assunzioni 2019, novità in Manovra: sgravi per giovani e Sud

Spuntano nuovi Bonus assunzioni 2019 nella nuova bozza della Manovra 2019 all’esame del Parlamento. Proroga di due anni del bonus per chi assume under 35 nelle regioni del Mezzogiorno e la new entry dell’esonero contributivo per i rapporti a tempo indeterminato attivati con neolaureati e dottori di ricerca, infine la creazione di un fondo da 7 miliardi l’anno per la quota 100 e l’assunzione di giovani lavoratori.

Queste le principali misure del governo giallo – verde per contrastare una disoccupazione giovanile al 31% e un numero di NEET (coloro che tra i 15 e i 29 anni non studiano e non cercano nemmeno un’occupazione) che ha toccato quota 2 milioni.

Analizziamo nel dettaglio le misure contenute nel testo.

Nella bozza si parla di 500 milioni di euro all’anno per il biennio 2019-2020 a sostegno di programmi nazionali e regionali che prevedano misure atte a favorire nei territori di Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Sicilia, Puglia, Calabria e Sardegna, l’assunzione a tempo indeterminato di:

  • Soggetti che non abbiano compiuto i 35 anni di età;
  • In alternativa, chi ha 35 anni ma è privo di impiego regolarmente retribuito da almeno 6 mesi.

Nonostante sulla misura dello sgravio e le condizioni per accedervi si attende il solito decreto ANPAL, in bozza si anticipa che l’esonero è cumulabile con quello previsto dal Decreto Dignità (articolo 1-bis, comma 1, D.L. n. 87/2018 convertito in L. n. 96/2018), che introduce dal 1° gennaio 2019 una riduzione del 50% per tre anni dei contributi previdenziali a carico del datore nel limite massimo di euro 3.000 annui. Il testo afferma che per il soggetto assunto con bonus Sud e sgravio del Decreto Dignità il datore beneficia di un esonero totale dal versamento dei contributi a suo carico nel limite di euro 8.060 annui.

Il bonus è riconosciuto nel rispetto della normativa europea in materia di aiuti di Stato (cosiddetta regola del “de minimis”).

La misura è naturalmente costruita sulla falsariga dell’incentivo previsto dall’ultima legge di bilancio (L. n. 205/2017), in favore dei datori di lavoro privati che nelle regioni del Sud assumono nel corso del 2018a tempo indeterminato o in apprendistato professionalizzante lavoratori disoccupati di età compresa tra i 16 e i 34 anni o con età superiore purché privi di impiego da almeno 6 mesi. In questo caso l’esonero pari a 12 mesi riguarda il 100% dei contributi previdenziali a carico dell’azienda nel limite di 8.060 euro annui.

Ai datori di lavoro privati che nel corso del 2019 assumono a tempo indeterminato neolaureati o dottori di ricerca è riconosciuto un incentivo sotto forma di esonero totale dal versamento dei contributi previdenziali a carico azienda, per un periodo di 12 mesi e nel limite di 8.000 euro per ogni assunzione effettuata.

Le assunzioni devono riguardare:

  • Giovani che abbiano ottenuto una laurea magistrale dal 1° gennaio 2018 al 30 giugno 2019con voto pari a 110 e lode entro la durata legale del corso di studi, prima del compimento del trentesimo anno di età;
  • Giovani in possesso di un dottorato di ricerca, ottenuto dal 1° gennaio 2018 al 30 giugno 2019 e prima del compimento del trentaquattresimo anno di età.

L’esonero è esteso anche alle trasformazioni a tempo indeterminato avvenute nel 2019, fermo restando che i requisiti individuali devono essere posseduti alla data della trasformazione.

Incorre nella revoca del beneficio il datore che licenzi per giustificato motivo oggettivo il lavoratore assunto con l’esonero o altro soggetto impiegato nella medesima unità produttiva e con la stessa qualifica, nei 24 mesi successivi all’assunzione incentivata.

Parimenti, l’esonero non spetta ai datori di lavoro privati che nei dodici mesi precedenti l’assunzione abbiano proceduto a licenziamenti individuali per giustificato motivo oggettivo o a licenziamenti collettivi nella stessa unità produttiva per la quale si intende procedere all’attivazione del rapporto incentivato.

Qualora l’azienda non fruisca interamente dell’esonero e lo stesso dipendente venga riassunto nel 2019 a tempo indeterminato da un altro soggetto, quest’ultimo potrà godere dello sgravio residuo.

A finanziamento dell’esonero sono destinate risorse per 35 milioni di euro all’anno nel 2019 e nel 2020.

La Manovra con l’intento di dare attuazione alla riforma pensionistica denominata “quota 100” e per introdurre misure dirette ad incentivare l’assunzione di giovani istituisce presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali un apposito fondo con una dotazione iniziale pari a 6,7 miliardi nel 2019 e 7 miliardi l’anno successivo. Gli interventi che attingeranno al fondo saranno oggetto di appositi provvedimenti normativi.

Rottamazione Bis e Ter, come aderire e pagare: le Faq dell’Agenzia entrate

Tra tutte le modalità di Pace fiscale introdotte con il Decreto fisco, collegato alla Legge di bilancio 2019, è spuntata anche la Rottamazione Ter delle cartelle esattoriali, che consente di pagare i debiti iscritti a ruolo, versando le somme dovute al Fisco risparmiandosi le sanzioni e gli interessi di mora.

Ovviamente, i contribuenti che hanno aderito alle precedenti rottamazioni, in particolare la rottamazione bis, si stanno chiedendo cosa succederà ora alla loro situazione debitoria con il Fisco. Per questo motivo l’Agenzia delle entrate ha pubblicato della Faq apposite (domande a cui il Fisco risponde) per chiarire ogni possibile dubbio e spiegare meglio come aderire alla rottamazione ter, anche a questa tipologia di contribuenti.

Cerchiamo di rispondere ad alcune domande utili a chiarire come aderire a questa nuova modalità di pacificazione con il Fisco.

Innanzitutto l’Agenzia ha precisato che chi ha già aderito alla Definizione agevolata prevista dal Decreto Legge n. 148/2017 (cosiddetta “rottamazione bis”) ma non è riuscito a saldare le prime due rate scadute a luglio e settembre, può regolarizzare la propria situazione entro il 7 dicembre 2018. Entro lo stesso termine dovrà essere pagata anche la rata in precedenza fissata al 31 ottobre.

In pratica, è possibile mettersi in regola pagando le rate scadute di luglio, settembre e ottobre 2018 entro il prossimo 7 dicembre 2018.

Inoltre i contribuenti che pagano gli importi scaduti della rottamazione bis (luglio, settembre e ottobre) entro il prossimo 7 dicembre rientrano automaticamente nei benefici previsti dalla “Definizione agevolata dei carichi affidati all’Agente della riscossione” dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre 2017: la cosiddetta “rottamazione-ter”.

A tal fine, senza alcun ulteriore adempimento a carico dei debitori, Agenzia delle entrate-Riscossione invierà entro il 30 giugno 2019 una nuova “Comunicazione” con il differimento dell’importo residuo da pagare relativo alla Definizione agevolata 2000/17 (cosiddetta “rottamazione bis”) ripartito in 10 rate di pari importo (5 anni) con scadenza il 31 luglio e il 30 novembre di ciascun anno, a partire dal 2019. Gli interessi a decorrere dal 1° agosto 2019 saranno calcolati nella misura dello 0,3%.

Per effettuare il pagamento delle rate, è necessario utilizzare i bollettini delle rate di luglio, settembre e ottobre 2018 allegati alla “Comunicazione delle somme dovute” già inviata da Agenzia delle entrate-Riscossione.

Detto ciò, vediamo alcune delle Faq preparate dall’Agenzia delle entrate, per risolvere alcuni dubbi dei contribuenti.

  1. Ho saltato il pagamento delle rate della Definizione agevolata 2000/17 prevista dal D.L. n. 148/2017 convertito dalla Legge n.172/2017. Posso mettermi in regola?

Sì, l’art. 3 del Decreto Legge n. 119/2018 stabilisce, infatti, che è possibile mettersi in regola pagando le rate scadute di luglio, settembre e ottobre 2018 entro il prossimo 7 dicembre. Chi paga nei termini rientra automaticamente nei benefici previsti dalla “Definizione agevolata dei carichi affidati all’Agente della riscossione” dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre 2017 (cosiddetta “rottamazione-ter”).

  1. Prima di pagare la rata o le rate non saldate, devo comunicarlo ad Agenzia delle entrate-Riscossione?

No, il Decreto Legge n. 119/2018 prevede che chi paga entro il prossimo 7 dicembre la rata o le rate relative alla Definizione agevolata 2000/17, scadute nei mesi di luglio, settembre e ottobre 2018, non deve darne comunicazione ad Agenzia delle entrate Riscossione.

  1. Dove posso pagare le rate scadute della Definizione agevolata 2000/17?

Per pagare sono disponibili i seguenti canali:

  • portale www.agenziaentrateriscossione.gov.it;
  • App EquiClick;
  • sportelli bancari;
  • uffici postali;
  • home banking;
  • punti Sisal e Lottomatica;
  • tabaccai convenzionati con Banca 5;
  • sportelli bancomat (ATM) che hanno aderito ai servizi CBILL;
  • Postamat;
  • compensazione con i crediti commerciali nei confronti della Pubblica amministrazione;
  • sportelli di Agenzia delle entrate-Riscossione.

Cedolare secca sui negozi 2019 confermata: come funziona

Si pagherà il 21 per cento di imposta sugli affitti di negozi di categoria C/1, fino a 600 mq e con nuovi contratti di affitto.

Estendere la Cedolare secca anche agli affitti dei negozi. È questa la novità confermata dal disegno di Legge di bilancio 2019. La notizia circolava da tempo, ma ora è stata confermata, e l’ultima bozza chiusa dal governo e diretta al Parlamento contiene la misura.

Da tempo si chiedeva di estendere il regime agevolato della cedolare anche ai locali commerciali e ora la misura è stata ufficialmente approvata (ovviamente andrà di pari passo con l’approvazione della Manovra e della sua entrata in vigore dal 1° gennaio 2019.

Dal prossimo anno quindi anche sulle locazioni di negozi e locali commerciali si pagherà il 21% di imposta, ma a specifiche condizioni e con paletti ben definiti nel testo della Manovra.

Una misura chiesta a gran voce dalla Confedilizia e che, secondo alcune simulazioni di operatori del settore, porterà a risparmi di tasse per i proprietari del locale affittato tra i mille e i 2.800 euro l’anno, a seconda della città e delle quotazioni.

La volontà di estendere il regime dell’imposta sostitutiva attualmente, allo studio dei tecnici del Governo, non costituisce una vera e propria novità in quanto la prima proposta di applicare la cedolare agli affitti commerciali appartiene a governi passati poi comunque non realizzata in concreto. Anche lo scorso anno si era parlato di una possibile estensione del regime di tassazione agevolato, ma con un nulla di fatto in concreto.

La proposta di applicare la cedolare secca anche ai negozi, è senz’altro stata accolta favorevolmente da alcune associazioni di categoria, che ormai da anni chiedono di equiparare le regole previste per affitti ad uso abitativo a quelle per gli affitti commerciali.

L’introduzione della cedolare per le locazioni private ha indubbiamente prodotto dei vantaggi sia per i proprietari, che per l’erario, in particolare la possibilità di optare per una tassazione sostitutiva Irpef, ha consentito a molti proprietari di immobili di risparmiare sulle imposte dovute e parallelamente, è stato posto un freno al fenomeno degli affitti in nero, effetti che potrebbero essere sicuramente estesi anche agli affitti commerciali.

Vediamo ora come funzionerà, in base al testo della Legge di bilancio 2019, l’estensione del regime agevolato ai negozi.

La “cedolare secca” si concretizza come ormai noto in un regime facoltativo, che prevede il pagamento di un’imposta sostitutiva dell’Irpef e delle addizionali (per la parte derivante dal reddito dell’immobile).

Per i contratti con l’opzione della cedolare non andranno pagate l’imposta di registro e l’imposta di bollo, ordinariamente dovute per registrazioni, risoluzioni e proroghe dei contratti di locazione.

Si può optare per la cedolare secca sia alla registrazione del contratto sia negli anni successivi, in caso di affitti pluriennali, e se l’opzione non viene esercitata all’inizio, la registrazione segue le regole ordinarie.

In caso di proroga del contratto, è necessario confermare l’opzione della cedolare contestualmente alla comunicazione di proroga, la conferma dell’opzione deve essere effettuata entro 30 giorni dalla scadenza del contratto o di una precedente proroga.

L’opzione per la cedolare secca, attualmente è rivolta alle persone fisiche titolari del diritto di proprietà o del diritto reale di godimento (per esempio, usufrutto), che non locano l’immobile nell’esercizio di attività di impresa o di arti e professioni.

Con l’attuale normativa l’opzione può essere esercitata per unità immobiliari appartenenti alle categorie catastali da A1 a A11 (esclusa l’A10 – uffici o studi privati) locate a uso abitativo e per le relative pertinenze, locate congiuntamente all’abitazione.

Il regime dell’imposta sostitutiva non può essere attualmente applicato ai contratti di locazione conclusi con conduttori che agiscono nell’esercizio di attività di impresa o di lavoro autonomo, indipendentemente dal successivo utilizzo dell’immobile per finalità abitative di collaboratori e dipendenti.

L’opzione può essere esercitata anche per le unità immobiliari abitative, locate nei confronti di cooperative edilizie per la locazione o enti senza scopo di lucro, purché sublocate a studenti universitari e date a disposizione dei comuni con rinuncia all’aggiornamento del canone di locazione o assegnazione.

L’opzione comporta l’applicazione delle regole della cedolare secca per l’intero periodo di durata del contratto (o della proroga) o, nei casi in cui l’opzione sia esercitata nelle annualità successive alla prima, per il residuo periodo di durata del contratto. Il locatore ha la facoltà di revocare l’opzione in ciascuna annualità contrattuale successiva a quella in cui è stata esercitata. Così come è sempre possibile esercitare nuovamente l’opzione, nelle annualità successive alla revoca, rientrando nel regime della cedolare secca.

L’imposta sostitutiva si calcola applicando un’aliquota del 21% sul canone di locazione annuo stabilito dalle parti, è inoltre, prevista un’aliquota ridotta per i contratti di locazione a canone concordato relativi ad abitazioni ubicate:

  • nei comuni con carenze di disponibilità abitative (articolo 1, lettera a) e b) del D.L. 551/1988). Si tratta dei comuni di Bari, Bologna, Catania, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Roma, Torino e Venezia e dei comuni confinanti con gli stessi nonché gli altri comuni capoluogo di provincia
  • nei comuni ad alta tensione abitativa (individuati dal Cipe).

Dal 2013 l’aliquota per questi contratti è pari al 15% (D.L. 102/2013), ridotta al 10% per il quadriennio 2014-2017. Il D.L. 47/2014 ha disposto che la stessa aliquota sia applicabile anche ai contratti di locazione stipulati nei comuni per i quali è stato deliberato, nei 5 anni precedenti la data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto (28 maggio 2014), lo stato di emergenza a seguito del verificarsi di eventi calamitosi. Infine, con la legge di bilancio 2018 è stata prorogata di altri 2 anni (2018 e 2019) l’aliquota ridotta al 10% per i contratti a canone concordato.

Il reddito soggetto a cedolare:

  • è escluso dal reddito complessivo;
  • sul reddito assoggettato a cedolare e sulla cedolare stessa non possono essere fatti valere rispettivamente oneri deducibili e detrazioni;
  • il reddito assoggettato a cedolare deve essere compreso nel reddito ai fini del riconoscimento della spettanza o della determinazione di deduzioni, detrazioni o benefici di qualsiasi titolo collegati al possesso di requisiti reddituali.

Nella Legge di bilancio è dunque prevista una estensione della cedolare anche alle locazioni dei negozi, in pratica l’imposta sostitutiva (in alternativa alle aliquote ordinarie) potrebbe essere possibile anche per i proprietari di immobili che sono locati a fini commerciali. Si pagherà il 21 per cento di imposta sugli affitti di negozi e locali commerciali fino a 600 mq e di categoria catastale c1.

Come specificato dal testo della Legge di bilancio, nel capitolo “Riduzione della pressione fiscale”:

“il canone di locazione relativo ai contratti stipulati nell’anno 2019, aventi ad oggetto unità immobiliari classificate nella categoria catastale C/1, di superficie fino a 600 mq, escluse le pertinenze, e relative pertinenze locate congiunte, può in alternativa al regime ordinario vigente per la tassazione del reddito fondiario ai fini dell’imposta sul reddito delle persone fisiche, essere assogettato al regime della cedolare secca, con aliquota del 21 per cento. Tale regime non è applicabile ai contratti stipulati nel 2019, qualora al 15 ottobre 2018 risulti già in essere un contratto non scaduto tra i medesimi soggetti e per lo stesso immobile, interrotto anticipatamente rispetto alla naturale scadenza”.

In breve, affinché si possa godere del regime agevolato di cedolare secca al 21 per cento per un negozio affittato si dovranno rispettare questi requisiti:

  • negozi (quindi immobili a uso commerciale) di categoria catastale C/1;
  • con una superficie fino a 600 mq, escluse le pertinenze;
  • nuovi contratti. 

Ovviamente i vantaggi per i proprietari di immobili destinati a locali commerciali saranno evidenti, bisognerà  comunque vedere come sarà impostato il meccanismo di funzionamento dell’opzione che tuttavia non dovrebbe differenziarsi molto da quello già in vigore.

Favorevole all’estensione della cedolare secca anche agli affitti di negozi è l’organizzazione dei proprietari di Confedilizia affermando che si effettuerebbe un passo che il settore immobiliare attende da tempo.

A trarne vantaggio non sarebbero soltanto i proprietari di immobili locati a fini commerciali, ma anche lo Stato in termini di risultati sul contrasto all’evasione fiscale e contributiva.

La stessa evidenzia che “a partire dall’introduzione della cedolare secca sugli affitti abitativi, il divario fra gettito teorico e gettito effettivo del comparto (cosiddetto ‘tax gap’) è diminuito del 42% e la propensione all’inadempimento (ad elusione ed evasione, in sostanza) si è ridotta del 40%In sostanza con l’estensione alle attività commerciali si dovrebbe proseguire con tale trend positivo.

La stessa Confedilizia propone che il primo passo della “flat tax” prevista nel contratto di governo “giallo verde” contenga l’introduzione della cedolare per i locali commerciali, una misura richiesta anche dalle associazioni dei commercianti e degli artigiani, che permetterebbe inoltre di affrontare il problema più che mai attuale dell’aumento del numero dei locali commerciali abbandonati, dovuto anche all’assenza di qualsiasi redditività per i piccoli risparmiatori che ne sono proprietari-locatori.

In passato anche la Commissione Finanze della Camera dei Deputati (nell’ambito del parere relativo alla legge di bilancio 2018) si è schierata favorevolmente alla introduzione, anche sperimentale, di una cedolare secca per gli affitti dei locali commerciali.

La commissione aveva chiesto in particolare “misure per favorire il rilancio del commercio nei centri storici, prevedendo a tal fine l’applicazione del regime della cedolare secca alle locazioni di immobili commerciali ubicati nei centri storici, nel caso di avvio di attività di vendita al dettaglio per esercizi di vicinato o di attività di somministrazione di alimenti e bevande, ovvero di attività artigianali”.

Canone Rai 2019: importo ed esenzioni in Legge di bilancio

È una delle tasse più odiate dagli italiani, un appuntamento a cui ogni anno non si sfugge. E si sfugge ancor di meno da quando il suo pagamento è stato rateizzato e incluso all’interno della bolletta elettrica Enel, allo scopo di contrastarne l’evasione: il canone Rai 2019sarà ovviamente riconfermato, in Legge di bilancio 2019,con la proroga dell’importo, delle esenzioni e delle modalità di pagamento.

Quando parliamo di Canone Rai ci riferiamo a una delle tasse per eccellenza che gravano sui cittadini italiani: un’imposta introdotta nel lontano 1938, che chiunque detenga uno o più apparecchi televisivi e di trasmissione deve pagare.

Si paga per il solo fatto di possedere l’apparecchio in casa, a prescindere dal fatto che lo si utilizzi. Un po’ come il bollo auto: si paga per il possesso dell’auto e non in base al fatto che si circoli. In base a questa regola, anche chi non guarda la tv deve pagare il canone.

Chiunque quindi detenga un apparecchio atto o adattabile alla ricezione delle radioaudizioni (in casa, in negozio, in ufficio, in un locale, ecc) deve sobbarcarsi questa imposta annua. Si intende un apparecchio televisivo si intende un apparecchio in grado di ricevere, decodificare e visualizzare il segnale digitale terrestre o satellitare, direttamente (in quanto costruito con tutti i componenti tecnici necessari) o tramite decoder o sintonizzatore esterno

Anche i residenti all’estero devono pagare il canone se detengono un’abitazione in Italia dove è presente un apparecchio televisivo.

Una prima conferma in Legge di bilancio 2019 è proprio l’importo da pagare. Anche nel 2020 il costo del canone rai è di 90 euro all’anno.

Oramai tutti ci stiamo abituando al fatto che dal 2016 è molto difficile evadere questa tassa, perché l’importo del Canone è stato rateizzato in 10 tranche, inserite in automatico nella bolletta Enel. Come si legge sullo stesso sito dell’Agenzia delle entrate:

Dal 2016 (articolo 1, commi da 152 a 159, della legge n. 208 del 2015):

  • è stata introdotta la presunzione di detenzionedell’apparecchio televisivo nel caso in cui esista un’utenza per la fornitura di energia elettrica nel luogo in cui una persona ha la propria residenza anagrafica
  • i titolari di utenza elettrica per uso domestico residenziale effettuano il pagamento del canone mediante addebito nella fattura dell’utenza di energia elettrica.Questi utenti, quindi, non potranno più pagare tramite bollettino postale.

Ecco come si paga il canone Rai 2019:

  • Il pagamento avviene mediante addebito sulle fatture emesse dalle imprese elettrichein dieci rate mensili, da gennaio a ottobre di ogni anno.
  • Se nessun componente della famiglia anagrafica, tenuta al versamento del canone, è titolare di contratto elettrico di tipo domestico residenziale il canone deve essere versato con il modello F24entro il 31 gennaio 2018;
  • Con addebito sulla pensione: per poter pagare il canone TV direttamente con addebito sulla pensione, è necessario farne richiesta al proprio ente pensionistico entro il 15 novembre dell’anno precedente a quello cui si riferisce l’abbonamento.
    L’agevolazione riguarda tutti i cittadini, titolari di abbonamento alla televisione, con un reddito di pensione, percepito nell’anno precedente a quello della richiesta, non superiore a 18.000 euro.

Ci sono casi in cui il canone rai non deve essere pagato. In pratica la Legge concede alcuni casi di esenzione. Ecco quali:

  • se non si possiedono apparecchi si è esonerati dal pagamento del canone;
  • chi ha compiuto75 anni e ha un reddito inferire a 8 mila euro non paga il canone (in questo caso si deve presentare il modulo di esenzione entro il 31 gennaio 2019, per ottenere l’esonero per l’anno completo; oppure dal 1° febbraio al 30 giugno 2019 per ottenere l’esonero per il secondo semestre);
  • militari stranieri, funzionari diplomatici, funzionari o impiegati consolari e di organizzazioni internazionali, personale civile non residente in Italia e di cittadinanza non italiana appartenenti alla Nato, non pagano il canone Rai.

Una delle più importanti conferme di questa Legge di bilancio quindi è l’ampliamento della soglia di esenzione (gli 8 mila euro previsti già durante il Governo Gentiloni, ma non retroattivi).

Ricapitolando quindi, il Governo Lega-5Stelle ha provveduto a confermare le modalità di pagamento ed esenzione del Canone Rai anche nella Legge di bilancio 2019. In particolare: ha confermato l’importo di 90 euro annui, ha confermato l’ampliamento della soglia di reddito per ottenere l’esenzione a 8 mila euro.

Come si legge nell’ultima bozza di Legge di bilancio circolante:

“Proroga attuale Canone Rai (90 euro). A decorrere dall’anno 2020 viene ampliata sino a euro 8 mila la soglia reddituale prevista dall’articolo 1 comma 132 della Legge 24 dicembre 2007 n.244. Con provvedimento del direttore dell’Agenzia delle entrate sono definite le modalità di attuazione della predetta agevolazione.

All’articolo 1 comma 40 della Legge 11 dicembre 2016 n.232, come modificato dall’articolo 1 comma 1147 della Legge 27 dicembre 2017 n.205, le parole “e 2018” sono sostituite dalle seguenti “2018 e successivi”.

All’articolo 1 comma 160 della Legge 28 dicembre 2015 n.208 8e successive modifiche), le parole “per gli anni dal 2016 al 2018” sono sostituite dalle seguenti “per gli anni dal 2016 e successivi“, e le parole “Per ciascuno degli anni 2017 e 2018” sono sostituite dalle seguenti “Per gli anni 2017, 2018 e successivi“.

Questo è il testo dell’articolo 1 comma 160 della Legge n.2018 del 28 dicembre 2015:

“Per gli anni dal 2016 al 2018, le eventuali maggiori entrate versate a titolo di canone di abbonamento alla televisione rispetto alle somme gia’ iscritte a tale titolo nel bilancio di previsione per l’anno 2016 sono riversate all’Erario per una quota pari al 33 per cento del loro ammontare per l’anno 2016 e del 50 per cento per ciascuno degli anni 2017 e 2018, per essere destinate: a) all’ampliamento sino ad euro 8.000 della soglia reddituale prevista dall’articolo 1, comma 132, della legge 24 dicembre 2007, n. 244, ai fini della esenzione dal pagamento del canone di abbonamento televisivo in favore di soggetti di eta’ pari o superiore a settantacinque anni; b) al finanziamento, fino ad un importo massimo di 50 milioni di euro in ragione d’anno, di un Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione, da istituire nello stato di previsione del Ministero dello sviluppo economico; c) al Fondo per la riduzione della pressione fiscale, di cui all’articolo 1, comma 431, della legge 27 dicembre 2013, n. 147, e successive modificazioni. Le somme di cui al presente comma sono ripartite con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico, che stabilisce altresi’ le modalita’ di fruizione dell’esenzione di cui alla lettera a), ferma restando l’assegnazione alla societa’ RAI-Radiotelevisione italiana Spa della restante quota delle eventuali maggiori entrate versate a titolo di canone di abbonamento. Le quote delle entrate del canone di abbonamento gia’ destinate dalla legislazione vigente a specifiche finalita’ sono attribuite sulla base dell’ammontare delle predette somme iscritte nel bilancio di previsione per l’anno 2016, ovvero dell’ammontare versato al predetto titolo nell’esercizio di riferimento, se inferiore alla previsione per il 2016. Le somme di cui al presente comma non impegnate in ciascun esercizio possono esserlo in quello successivo”.

Taglio pensioni d’oro 2019 a scaglioni, come funziona: ultime novità

Il pacchetto pensioni messo a punto dal Governo in vista del nuovo anno e della Legge di bilancio 2019 punta a finanziare le misure inserite con il taglio pensioni d’oro 2019. In particolare si sta pensando a un contributo di solidarietà da applicare agli assegni pensionistici superiori a 4.500 euro al mese (corrispondenti a 90 mila euro lordi l’anno).

Si prevede un taglio a scaglioni e durerà 5 anni. In pratica i pensionati che possono contare su pensioni alte dovranno rinunciare a una fetta (fino il 20%) del loro assegno per i prossimi cinque anni in modo da finanziare quelle minime. Queste le informazioni stando al disegno di legge in materia (disegno di legge 1071 D’Uva-Molinari, all’esame della Commissione Lavoro della Camera).

Oltre al contributo di solidarietà, si potrebbe anche subire una riduzione della rivalutazione della pensione, nel caso in cui l’assegno superi nove volte il trattamento minimo. Si stanno quindi al momento vagliando tutte le ipotesi.

Il taglio pensioni d’oro è una misura di sforbiciata previdenziale che andrà a intaccare le pensioni più alte percepite dai cittadini italiani. Una sforbiciata attuata mediante un contributo di solidarietà: una trattenuta sull’assegno pensionistico, limitata nel tempo, che andrà a ridurre di una piccola quota l’ammontare percepito dal super-pensionato.

È tutto ancora da definire, il taglio però potrebbe durare per 5 anni, nel senso che chi verrà toccato dal contributo di solidarietà vedrà il proprio assegno ridotto per un periodo di 5 anni.

Secondo quanto previsto dalla proposta di legge, subirà il taglio pensioni, mediante contributo di solidarietà chi percepisce un assegno pensionistico mensile che supera 4.500 euro netti al mese, corrispondenti a 90 mila euro lordi l’anno. Il contributo dovrebbe essere attuato in scaglioni, che vanno dall’8 al 20 per cento.

Il contributo di solidarietà quindi attuerà in un taglio fisso in percentuali, in base alla corposità dell’assegno percepito:

  • Tra l’8 e il 10%per le pensioni dai 90 ai 130mila euro,
  • tra il 12 e il 14%per quelle fino a 200mila euro,
  • tra il 14 e il 16%fino ai 350mila euro,
  • tra il 16 e il 18%fino ai 500mila euro,
  • del 20%per le pensioni sopra i 500mila euro.

Sono escluse le pensioni di invalidità, quelle per le vittime del dovere o di azioni terroristiche e quelle riconosciute ai superstiti.

Sono ancora ipotesi, potrebbero quindi essere rimodulate, ma sul taglio in arrivo ormai nessun dubbio. La novità fa parte del pacchetto previdenza collegato alla legge di Bilancio e comincerà l’esame del Parlamento dal 5 novembre.

Se quanto detto sopra verrà confermato, non si devono preoccupare i cittadini pensionati che percepiscono assegni mensili inferiori o pari a 4.500 euro netti al mese.

Il ricorso al prelievo non precluderebbe la possibilità di raffreddare, almeno parzialmente, l’indicizzazione all’inflazione. Il pacchetto preparato dai tecnici infatti prevede, tra le varie opzioni, un abbattimento dal 25 al 50% dell’adeguamento al costo della vita per le pensioni nove volte superiori al minimo.

Con questa duplice mossa il taglio sulle “pensioni d’oro” potrebbe garantire tra i 200 e i 300 milioni l’anno. Ma la nuova indicizzazione potrebbe avere effetti anche sui trattamenti più bassi.

Il taglio delle pensioni dovrebbe confluire in un Fondo istituto all’Inps e Il Governo sarebbe intenzionato a utilizzare le risorse di questo fondo per le pensioni di cittadinanza, che (insieme al reddito di cittadinanza) servono per aumentare le pensioni minime facendole arrivare a 780 euro, la soglia minima di povertà relativa.

Legge di bilancio, Bonus 80 euro: ipotesi detrazione nel 2019

Dal prossimo anno il bonus 80 euro potrebbe non essere più erogato in busta paga. Lo vedremo invece sotto forma di detrazione d’imposta, utile per abbassare le tasse che gravano sui redditi. L’ipotesi allo studio del governo prevede dalla prossima legge di bilancio la rimodulazione del bonus introdotto temporaneamente nel 2014 dall’allora governo Renzi e reso strutturale l’anno successivo.

Il progetto dell’esecutivo vuole modificare la natura del bonus 80 euro, oggi erogato direttamente in busta paga sotto forma di credito fiscale, trasformandolo in una detrazione d’imposta, come tale congegnata per abbassare l’imposta lorda che al dipendente dev’essere trattenuta. Di fatto, il bonus non sarebbe più una somma che andrebbe ad incrementare il netto in busta paga ma un modo per pagare meno tasse, al pari delle detrazioni già esistenti, prime fra tutte quelle da lavoro dipendente o per carichi di famiglia.

La misura permetterebbe di liberare le risorse pubbliche finora necessarie per garantire l’erogazione del bonus da riutilizzare per le riforme in cantiere, in primis reddito di cittadinanza e flat tax.

Non solo, introducendolo come detrazione si eviterebbero quegli spiacevoli casi di recupero del bonus, con trattenute una tantum che possono toccare la non trascurabile cifra di 960 euro, qualora si accerti in sede di conguaglio di fine anno che il credito già anticipato al dipendente in realtà non gli spettava.

Sebbene non siano ancora noti i dettagli della riforma, è ipotizzabile che il bonus sotto forma di detrazione ricalchi il suo assetto attuale, in cui l’importo del credito è parametrato in base al reddito complessivo del percipiente.

Il reddito complessivo si determina sommando i redditi di ogni categoria al netto di quello derivante dall’unità immobiliare adibita ad abitazione principale e di quello delle relative pertinenze.

Ad oggi sono previsti quattro livelli di reddito cui corrispondono differenti importi a titolo di bonus:

  • Inferiore o pari a 8.000 euro, in questo caso non spetta il bonus;
  • Tra 8.000 e 24.600 euro spetta il bonus in misura intera pari a massimo 960 euro annui;
  • Tra 24.600 e 26.600 euro spetta il bonus ma in misura ridotta e riproporzionata a seconda del reddito;
  • Oltre 26.600 euro non spetta nulla.

Il bonus è riconosciuto a coloro che percepiscono redditi di lavoro dipendente e redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente appartenenti, tra le altre, alle seguenti categorie:

  • Compensi percepiti dai soci lavoratori di cooperative;
  • Indennità e compensi percepiti a carico di terzi dai prestatori di lavoro dipendente per incarichi svolti in relazione a tale qualità;
  • Somme da chiunque corrisposte a titolo di borsa di studio, compensi, rimborsi spese o indennità erogate a stagisti e tirocinanti;
  • Somme corrisposte a co.co.co. o collaboratori a progetto;
  • Compensi percepiti da soggetti impegnati in lavori socialmente utili.

Condizione essenziale per poter riconoscere il bonus è l’esistenza di un’imposta lorda di importo superiore alle detrazioni da lavoro dipendente (escluse pertanto le detrazioni per carichi di famiglia).

Dal punto di vista operativo il bonus viene anticipato dal datore mensilmente in busta paga per poi recuperarne l’importo in F24, portandolo in deduzione delle imposte a debito.

L’assetto attuale del bonus è figlio delle modifiche introdotte dall’ultima Manovra (Legge n. 205/2017) che dal 1° gennaio 2018 ha modificato i livelli di reddito che fungono da parametro di misurazione del credito fiscale.

Fino al 31 dicembre 2017 questi erano pari a:

  • Per redditi da 8.000 fino a 24.000 euro (dal 1° gennaio 2018 euro 24.600) il bonus era previsto in misura intera pari a 960 euro annui;
  • Per redditi da 24.000 a 26.000 euro bonus ridotto (dal 1° gennaio 2018 la fascia è passata da 24.600 a 26.600 euro);
  • Per redditi pari o superiori ad euro 26.000 (dal 1° gennaio 2018 euro 26.600) non spetta alcun importo a titolo di bonus.

Ufficio Stampa Veneto Eccellenze