Spetta l’esenzione Iva per le prestazioni effettuate da associazioni non profit nei confronti dei propri associati, anche se non rivolte esclusivamente a favore di questi ultimi. È quanto emerge dalla sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea dello scorso 20 novembre (causa C-400/18 ), sul caso di un’associazione belga specializzata in informatica ospedaliera che presta servizi sia agli ospedali affiliati sia a soggetti non membri.
Il quesito sottoposto ai giudici europei riguarda la corretta interpretazione dell’articolo 13 della sesta direttiva (77/388/Cee), nella parte in cui consente agli stati di esonerare da imposta le prestazioni di servizi effettuate dalle associazioni nei confronti dei propri membri, laddove siano finalizzate rendere a questi ultimi servizi direttamente necessari all’esercizio dell’attività e l’ente si limiti a richiedere il rimborso delle spese sostenute.
Il diritto belga recepisce tale previsione ma concede l’esenzione a condizione che le attività dell’associazione consistano esclusivamente nel fornire prestazioni di servizi direttamente ai propri associati.
Proprio questo aspetto ha dato origine al caso sottoposto ai giudici europei, ai quali viene chiesto di pronunciarsi sulla legittimità di tale ulteriore condizione rispetto alla direttiva Iva.

La risposta è negativa e si fonda sulla ratio dell’esenzione in esame. Come affermato più volte dalla giurisprudenza della stessa Corte di Giustizia (causa C-197/18 ), ai fini dell’interpretazione di una disposizione europea occorre tenere in considerazione non solo il dato letterale ma anche il suo contesto e gli scopi perseguiti dalla normativa in cui si colloca. Nel caso delle esenzioni Iva, la finalità è quella di agevolare determinate attività di interesse pubblico, consentendo l’accesso a determinate prestazioni senza l’aggravio del costo fiscale ma, nel contempo, senza creare effetti distorsivi nei confronti del mercato.

Ecco quindi che il vincolo previsto dalla normativa belga non sarebbe in linea con questi principi. La circostanza che l’associazione fornisca prestazioni di servizi anche a soggetti terzi non fa venir meno il fatto che le prestazioni rese ai propri associati contribuiscono direttamente all’esercizio dell’attività di interesse pubblico svolta e, come tali, debbano essere esenti da Iva.
Neppure, secondo la Corte, la condizione contenuta nella disposizione belga potrebbe farsi rientrare nell’autonomia lasciata agli stati membri di stabilire i presupposti delle esenzioni, in quanto tali presupposti non possono riguardare la definizione del contenuto delle esenzioni.
La sentenza offre qualche spunto di riflessione anche sulla normativa nazionale. Un’esenzione simile a quella prevista dalla direttiva europea è prevista all’articolo 4, comma 4, del Dpr 633/1972 e riguarda le cessioni di beni e le prestazioni di servizi rese, in conformità alle finalità istituzionali, da specifiche tipologie di associazioni non lucrative (politiche, sindacali, di categoria, religiose, assistenziali, culturali, sportive dilettantistiche, di promozione sociale e di formazione extra-scolastiche della persona). Tali prestazioni non si considerano fatte nell’esercizio di attività commerciali (e, quindi, sono Iva esenti), se effettuate a favore dei propri soci/associati/partecipanti o di associazioni che svolgono la medesima attività e che fanno parte di un’unica organizzazione locale/nazionale, nonché dei rispettivi soci. E ciò, anche se fatte verso il pagamento di corrispettivi specifici o di contributi supplementari.
A ben vedere, la scelta italiana sembra rispettosa delle prescrizioni europee. La disposizione non incide sul contenuto dell’esenzione – come fatto dalla corrispettiva norma belga – ma si limita a delimitare i presupposti della sua applicazione. In particolare, da un lato, solo alcune particolari tipologie di associazione sono ammesse al beneficio, in ragione delle attività svolte. Dall’altro, sono decommercializzate anche le attività rese nei confronti di soggetti non direttamente associati ma che, in virtù di particolari legami, sono di fatto assimilabili.

PDFCorte Ue, causa C-400/2018

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