La fonte di questa serie di articoli è un’interessante ricerca effettuata da Unioncamere nel mese di giugno su un pacchetto di circa 1,38 milioni di imprese italiane.

Dedicheremo questo articolo agli aspetti finanziari, al ricorso delle aziende agli strumenti messi a disposizione del governo e sulle prospettive future.

Situazione delle imprese a seguito dell’emergenza Covid-19* (distribuzione%)

La lettura della situazione delle imprese a livello settoriale aiuta a descrivere il diverso impatto prodotto dalle disposizioni normative relativamente al lockdown: l’industria chimico-farmaceutica, i servizi finanziari e assicurativi e i servizi informatici e delle telecomunicazioni, essendo tra i comparti cui la crisi ha richiesto un particolare impegno per la strategicità delle produzioni e dei servizi forniti, pur dovendosi riorganizzare, hanno conservato nel corso del tempo una continuità nelle attività che ha consentito di presentarsi alla fase del riavvio con oltre il 50% delle imprese nelle condizioni operative pre-crisi.

All’estremo opposto la filiera dell’accoglienza e della ristorazione vede invece ben il 69,8% delle imprese che si sono rimesse in attività a regimi ridotti ed il 23,6% che sta valutando anche di arrivare alla chiusura o al prolungamento della sospensione, una situazione che potrebbe modificarsi evidentemente sulla base dell’effettivo andamento della stagione estiva.

Tra gli altri comparti del terziario che hanno avvertito in modo pesante gli effetti del lockdown si segnalano l’istruzione e i servizi formativi privati, i servizi dei media e comunicazione e gli altri servizi alle persone. Mentre sul versante dell’industria il quadro è complessivamente meno critico rispetto ai servizi: sono il 5,7% le imprese coinvolte in situazioni di chiusura o sospensione contro l’11,3% dei servizi, anche se per le industrie tessili, dell’abbigliamento e delle calzature la quota arriva alla doppia cifra (10,2%). Oltre alle già citate industrie chimiche e farmaceutiche, anche le altre industrie, la meccanica, la filiera dell’alimentare, la metallurgia e l’industria della gomma – quasi tutti ambiti ricadenti in catene produttive essenziali – segnalano oltre il 40% di imprese in attività a regimi pre-Covid.

Il ricorso alle fonti di finanziamento da parte delle imprese per far fronte all’emergenza Covid-19

Alla data di realizzazione della rilevazione (25 maggio/9 giugno 2020), poco meno di 4 imprese su 10 hanno presentato domanda per accedere alle misure di sostegno previste dal D.L. n. 23 dell’8 aprile 2020, convertito con L. n. 40 del 5 giugno 2020 (c.d. Decreto liquidità). Oltre ai finanziamenti previsti dal Decreto liquidità, per assicurarsi la necessaria liquidità il 28,1% delle imprese ha fatto ricorso a linee di credito bancario già in essere, alla richiesta di anticipo delle fatture, all’attivazione di prestiti e ai finanziamenti previsti dalla Regioni.

Imprese che hanno richiesto un finanziamento (valori %)

Misure previste dal Decreto Liquidità per tipologia di intervento (% sul totale imprese con finanziamento approvato)

Imprese che hanno fatto o prevedono di fare ricorso a fonti di finanziamento anche diverse da quelle previste dal Decreto Liquidità (% sul totale imprese che prevedono il ricorso a misure alternative)

Sono i settori maggiormente coinvolti nella sospensione delle attività, come la filiera dell’accoglienza e della ristorazione, il comparto della moda e quello del legno-arredo, ad aver fatto prevalentemente ricorso agli strumenti di sostegno finanziario.

Chiaramente le aziende che hanno dovuto chiudere si sono trovate di fronte all’incertezza delle entrate in quanto da una parte mancavano nuovi fatturati e dall’altra la necessità di chiusura metteva i clienti nelle condizioni di non pagare stante la mancanza di una continuità di gestione manifesta. Di fronte a questo scenario molte di loro si sono rivolte alle banche.

D’altro canto, alle misure previste dal Decreto liquidità hanno richiesto l’accesso soprattutto le micro-imprese (1-9 dipendenti) che hanno fatto affidamento, in particolare, sull’erogazione di prestiti fino a 25 mila euro del Fondo di garanzia per le PMI, mentre le imprese delle altre classi dimensionali si sono rivolte con più frequenza anche alle “altre modalità”. Tra queste, ricadono anche i finanziamenti messi in campo dalle Regioni di cui si sono avvalse alcune tipologie di imprese più colpite dalle conseguenze della crisi, come quelle del settore turistico, dei servizi dei media e comunicazione, degli altri servizi alle persone, delle industrie estrattive e lavorazione di minerali non metalliferi e dell’alimentare.

Anche qui la tattica utilizzata dalle aziende più piccole è stata quella di richiedere i 25.000 euro senza badare troppo all’effettiva necessità: i tempi temuti di lavorazione e una certa mancanza di previsione hanno spinto le aziende verso questo comportamento.

Le aziende più grandi hanno pensato ad un approccio più mirato, sia in termini di quantità richiesta sia in termini di destinazione d’uso del finanziamento.

Resta comunque il fatto che da qui a fine anno avremo probabilmente una recrudescenza delle richieste di finanziamento in quanto occorrerà sostenere la ripresa che presumibilmente si evidenzierà.

CIRO CONTE – Consulente Aziendale Rete di Veneto Eccellenze Crisi d’Impresa