E’ appena uscito un interessantissimo studio di Cerved, “Rapporto Cerved PMI 2020”, che fornisce una serie di informazioni sugli effetti della pandemia sulle PMI italiane.

In questo articolo mostreremo un’estrema sintesi dei risultati dello studio, mentre nel prossimo daremo un’indicazione di come le nostre imprese possono reagire per cercare di far fronte alla situazione.

Analizzare l’andamento e le conseguenze della pandemia è, a nostro giudizio, utile per l’imprenditore per studiare le mosse da fare nel prossimo futuro per perseguire due scopi:

  • Imparare da quanto accaduto per pianificare e predisporre difese contro il verificarsi nel futuro di fenomeni simili;
  • Pianificare le azioni necessarie per completare la ripresa post lockdown: occorre considerare che una delle tipiche reazioni, e lo si sta verificando nella realtà, consiste nell’utilizzare più possibile il magazzino costituito e ridurre al minimo gli investimenti. E’ chiaro che questa politica può essere solo transitoria e per ritornare ad una situazione “normale” occorreranno cospicue immissioni di denaro, proprio o di terzi.

IL RAPPORTO CERVED PMI 2020

NUOVE AZIENDE

Prima di entrare nello studio sulle aziende operanti diamo un’occhiata agli effetti della pandemia sulla nascita di nuove aziende.

Il grafico mostra in modo chiaro come il periodo del lockdown ha avuto una ripercussione fortissima sulla creazione di nuove imprese, le ragioni sono sostanzialmente 3:

  • La caduta delle prospettive e conseguentemente nella motivazione del neo-imprenditore
  • I problemi operativi (chiusura uffici etc)
  • La mancanza di provvedimenti governativi ad hoc.

CAMPIONE ESAMINATO

Tornando invece alle aziende operanti diamo un cenno sul campione utilizzato nello studio. L’analisi riguarda il complesso di società di capitale non finanziarie che rientrano nei requisiti definiti dalla Commissione per dipendenti, fatturato e attivo di bilancio. In base agli ultimi bilanci disponibili, soddisfano i requisiti di PMI 158.688 società. Di queste, 131.758 sono piccole imprese e 26.810 sono medie aziende.

BILANCIO DELLE PMI

Nel complesso, i fatturati delle PMI sono attesi nel 2020 in calo dell’11%. Di fronte all’emergenza e ai mancati ricavi, le attese sono per una decisa riduzione dei costi da parte delle PMI. Come già successo nel 2009, le PMI taglieranno i costi operativi, soprattutto acquisti di materie prime e semilavorati, riducendo in maniera significativa anche i costi per servizi. Nonostante il blocco dei licenziamenti, le PMI ridurranno anche i costi del lavoro (-12%), sfruttando l’estensione della Cassa Integrazione, misura a cui hanno fatto ricorso moltissime aziende. La decisa riduzione dei costi operata dalle PMI sarà tuttavia insufficiente per evitare una nuova e brusca caduta della redditività lorda, che è attesa in contrazione del 19% tra 2020 e 2019.

Nonostante impatti così consistenti, la maggior parte delle PMI italiane chiuderà il 2020 in pareggio o con un utile d’esercizio e gli indici di redditività, pur crollando rispetto al 2019, risulteranno in media ancora positivi. L’estensione della Cassa Integrazione e gli interventi sulle garanzie pubbliche per iniettare liquidità hanno supportato il sistema di PMI, che dopo il lockdown ha evidenziato un graduale miglioramento dei tempi di pagamento.

A fronte di questi dati per il complesso delle PMI, la crisi ha una natura fortemente asimmetrica, concentrando gli impatti sui settori maggiormente colpiti dall’emergenza sanitaria, come la filiera turistica, la ristorazione, la logistica e i trasporti, alcuni settori industriali come il sistema moda. Si stima che circa 20 mila PMI (il 12% del totale) subiranno una perdita dei ricavi tra 2020 e 2019 molto intensa, superiore al 25%. Queste aziende sono state fortemente penalizzate dalla contrazione degli incassi con quota di fatture inevase che ha toccato un picco di più del 70% a maggio, rimanendo oltre il 50% anche dopo la fine del lockdown.

PAGAMENTI

I dati relativi ai ritardi sul pagamento delle fatture possono costituire un segnale anticipatore di situazioni di difficoltà finanziaria da parte di un’impresa che, in assenza di liquidità, disattende gli impegni presi con i propri fornitori. In altri casi, il ritardo nel pagamento di una o più fatture può anche rientrare nelle politiche aziendali di gestione della liquidità, in particolare quando questa prassi non compromette i rapporti commerciali con i propri fornitori.

Le indagini effettuate indicano che, nel corso del 2019 e dei primi mesi del 2020, le PMI italiane hanno accumulato ritardi in linea o leggermente inferiori rispetto all’anno precedente, su livelli di poco superiori rispetto ai minimi del 2017 e del 2018. Nel secondo trimestre del 2020, gli effetti del lockdown risultano invece evidenti: i ritardi crescono a 11,9 giorni, circa 2,6 giorni in più rispetto allo stesso periodo del 2019 (9,4), toccando il massimo degli ultimi sei anni.

I dati sui giorni di ritardo per dimensione di impresa indicano tendenze simili per piccole e medie imprese, che si avvicinano a quota 12 giorni nel secondo trimestre 2020, con un incremento di quasi tre giorni per le piccole e di due giorni e mezzo per le medie. Anche i ritardi delle grandi salgono, ma solo di un giorno (da 14,7 a 15,7), probabilmente grazie a maggiori riserve di liquidità. La distribuzione delle PMI in base ai giorni di ritardo evidenzia un netto aumento dei ritardi più gravi, che potrebbero sfociare in mancati pagamenti o veri e propri default: aumenta di 1,7 punti percentuali la quota di PMI con ritardi medi tra 30 e 60 giorni (da 5,5% a 7,2%), di 1 punto percentuale la quota di quelle con ritardi compresi tra due e tre mesi (2,1% a 3,1%) e di 1,1 punti la quota di PMI con ritardi oltre i tre mesi (da 2,2% a 3,3%). Resta invece stabile la quota di imprese puntuali (40,3%) , mentre risultano in calo i lievi ritardi, inferiori a un mese (dal 49,7% al 46,2%). Nel secondo trimestre i gravi ritardi (oltre due mesi rispetto alle scadenze) risultano particolarmente frequenti tra le piccole imprese, con una quota del 6,6%, contro il 5,7% delle grandi e il 5,3% delle medie. Le società maggiori risultano comunque le meno puntuali, con solo il 10,5% a saldare le fatture puntualmente, contro il 27,1% delle medie e il 43,5% delle piccole. Nel complesso, il 6,4% delle PMI ha accumulato ritardi gravi: si tratta della percentuale più alta dal 2013, a indicare la situazione di tensione finanziaria per effetto del lockdown.

Sono i servizi, più degli altri settori, a risentire della chiusura imposta dall’emergenza sanitaria, con i giorni medi di ritardo che aumentano di oltre tre giorni, passando da 11,1 di giugno 2019 ai 14,2 del 2020. Ai massimi la presenza di società in grave ritardo, che tocca l’8,6% nel secondo trimestre di quest’anno (contro il 5,5% del secondo trimestre 2019), un valore che supera anche il precedente picco del 2012 (7,6%).

Nell’industria, il settore caratterizzato dai valori più bassi anche dopo l’impatto della pandemia, i ritardi crescono da 5,9 giorni di giugno 2019 a 8,1 di giugno 2020. La quota delle PMI gravemente ritardatarie è in crescita, ma rimane a livelli estremamente contenuti (3,1% dal 2,2% dell’anno precedente).

IL RISCHIO DI CREDITO

Il rapporto si sofferma sulle performance aziendali e soprattutto sulla struttura patrimoniale e finanziaria: vengono esaminati una moltitudine di variabili e indici rappresentativi. Sarebbe molto lungo, e soprattutto eccessivamente tecnico, soffermarsi in dettaglio su di esse.

Si possono comunque esprimere alcune considerazioni:

  • La crisi legata al Covid 19 ha tre caratteristiche molto peculiari rispetto alle crisi di origine finanziaria ed economica sperimentate nel corso degli ultimi decenni: la velocità con cui si è manifestata, la violenza dell’urto e la profonda differenza dell’impatto sui settori;
  • Se confrontiamo la crisi Covid con la crisi del 2007-8 notiamo che le nostre aziende sono arrivate questa volta più preparate. In questi anni è sensibilmente migliorato il livello di patrimonializzazione delle imprese, storicamente considerato un elemento critico delle PMI italiane. L’apporto di risorse proprie ha ridotto la necessità di indebitamento. Nello stesso periodo, la caduta dei tassi di interesse ha diminuito il costo del debito. Maggiore patrimonializzazione, minore indebitamento e riduzione del costo del debito si sono tradotti, complessivamente, in una maggiore solidità delle PMI e in una maggiore sostenibilità dell’indebitamento;
  • Tra 2014 e 2019, la quota di società in area di sicurezza aumenta di più di dieci punti percentuali mentre si riduce di 4 punti l’area di rischio e di 9 l’area di vulnerabilità. Gli impatti del Covid sono rilevanti: nel 2020 raddoppia la percentuale di imprese in area di rischio, che passa dall’8,4% ad oltre il 16%, e si riduce, specularmente, la percentuale di imprese nell’area della sicurezza, che scende dal 32,6% di fine 2019 al 14,5% attuale. A fine 2019 si contavano quattro PMI sicure per ogni PMI a rischio. Con la pandemia, questa proporzione si inverte, e le PMI sicure sono meno numerose delle PMI a rischio.

In sintesi: il tessuto aziendale che ha affrontato la tempesta era più solido (anche perché il 2007-2009 aveva già effettuato una “tosatura” eliminando le aziende più deboli) ma la tempesta Covid si è mostrata più virulenta rispetto alla precedente ed i risultati lo testimoniano. Inoltre c’è da tenere conto della disimmetria degli effetti a seconda dei settori interessati e, per le aziende esportatrici, della ripartizione territoriale delle vendite.

PROSPETTIVE

Il 2020 è un anno completamente fuori normalità per le ragioni sopra indicate. Di fatto è come nei gran premi di Formula Uno quando entra la Safety Car (meglio la Virtual, quella che lascia le auto con gli stessi distacchi e posizioni): le aziende hanno avuto le possibilità di fermarsi ai box, sistemare l’assetto, per essere pronte a riprendere la corsa nel mercato.

Molte aziende hanno di fatto neutralizzato la loro posizione: alcune tra queste hanno di fatto rimandato i loro problemi tali e quali al 2021, altre invece hanno cercato di sistemarli. Di sicuro il 2021, fino a quando la situazione non tornerà normale, si vedranno ripresa di fatturato, di investimenti ed eventuale ripristino di magazzino: quindi nascerà una necessità di liquidità molto importante per le imprese.

Altro aspetto importantissimo: i provvedimenti governativi non hanno fornito alle imprese liquidità, bensì un’altra variabile: il tempo. Le moratorie, i finanziamenti con il preammortamento, non sono gratis e gli effetti si vedranno soprattutto nel 2022 e 2023 dove le aziende dovranno pagare i vecchi debiti maggiorati di interessi più i nuovi.

Dobbiamo inoltre fare presente, ma questo lo svilupperemo maggiormente nel prossimo articolo, che, non appena riprenderà il gran premio, le banche pretenderanno da parte delle aziende l’immediato rispetto dei parametri finanziari e ciò potrà avere ripercussioni dolorose per le imprese.

Questo aspetti verranno comunque sviluppati più in dettaglio nel prossimo articolo che si occuperà, come detto, di come le aziende possono cercare di fronteggiare le conseguenze della pandemia.

CIRO CONTE – Consulente Aziendale Rete di Veneto Eccellenze Crisi d’Impresa