Sulla vicenda del rimborso dalle banche venete, Veneto Banca e Popolare di Vicenza, molto si è scritto sul versante della truffa massiva realizzata dagli amministratori e dai mancati controlli oggi all’esame della magistratura penale e civile con scarse prospettive di risarcimento per i risparmiatori. Altrettanto numerose sono le cronache delle promesse, in primis da parte dei 5 stelle e della lega di rimborsare il 100% garantito durante la campagna elettorale di fine 2017 inizio 2018, successivamente decurtato a settembre di un 70% un’elemosina del 30% rispetto al costo delle azioni possedute. A gennaio 2020, detta percentuale, ancorché stampata da tempo in Gazzetta Ufficiale non è stata erogata. Da quando, a fine estate e pur in presenza di una qualità scadente della legislazione prodotta dal Governo Giallo-Verde, le domande potevano essere presentate al FIR si sono aggiunte la lentezza di Banca Intesa nel fornire i documenti necessari e la inefficienza di Consap nel supportare a dovere l’intera operazione. A dicembre 2019 su una potenziale platea di 300 mila aspiranti l’indennizzo, le richieste avanzate sono pari ad 1/6 (un sesto) degli aventi titolo.

Oltre al mutare delle coalizioni governative succedetesi dal 2017 ad oggi, una qualche responsabilità va addebitata anche alla frammentazione ed alla contrapposizione incessante tra le rappresentanze dei risparmiatori danneggiati, alla divaricazione costante tra le richieste avanzate dalle stesse, e da ultimo, dagli stessi truffati spesso pronti ad applaudire a scena aperta chi avrebbe già dovuto portare loro un risultato concreto. Significativa in questa direzione è stata l’adunata tenutasi l’11 gennaio scorso in Vicenza con migliaia di azzerati che hanno lodato Luigi Di Maio “una delle poche persone che si sono date da fare per noi”. Ebbene, il lettore curioso può vedere e sentire l’intervista del leader pentastellato a Vicenza, sullo stesso argomento e medesimo pubblico cliccando in Google e reperendo “you-tube TG-Vicenza 09/02/2019- Di Maio ai Risparmiatori”. Facile annotare che né i decreti né i soldi sono comparsi entro “una settimana o qualche giorno in più”. In assenza di risultati, il decorso infruttuoso del tempo accompagnato dall’inesistenza di “fatti reali” non frenano, chi vuole battere fragorosamente le mani a prescindere. Probabilmente , trattasi di persone alle quali -come nei vecchi caroselli- “basta la parola”.

Una persona che ha perso tutta la sua liquidazione depositata in Veneto Banca, mi scrive. “La mia odissea è cominciata quando un direttore di filiale mi ha convinto, con documenti che riportavano false informazioni, ad acquistare azioni di Veneto banca, più sicure, a suo dire, di BOT o CCT e comunque equiparabili a questi titoli” Inoltre, egli continua “rimborsare il 30% di quanto è stato rubato significa istituzionalizzare che viene rubato definitivamente il 70%!” Dopo la pubblicazione del terzo decreto avvenuta il 22 agosto scorso, questo truffato si è recato in una filiale di Banca Intesa per poter chiedere la documentazione necessaria al fine di presentare la domanda al FIR -Fondo Indennizzo Risparmiatori. Gli ultimi cinque mesi sono inutilmente trascorsi e non ha ancora ricevuto nessuna risposta. Superflui i solleciti, gli scritti, le telefonate, le visite al direttore della filiale che gli ha risposto e ripete di non poter fare niente tranne incalzare, spetta alla “task force”. In effetti, come da annunci e slides di routine fornite alle associazioni dei truffati in trasferta a Roma, l’istituto ha attivato un gruppo di lavoro che dovrebbe velocemente rispondere alle richieste che a mano a mano provengono dalle filiali e/o dai singoli richiedenti; ma così non è. Poiché il ritardo nella consegna ai richiedenti della loro propria documentazione data da fine agosto, è abbastanza chiaro che Banca Intesa non ha allestito un’unità interna dimensionata in relazione ai carichi di lavoro da svolgere, né questi addetti sono dotati di strumenti informatici d’accesso adeguati per pescare negli archivi informatizzati ed in pochi minuti trarre ed elaborare i dossier titoli compravenduti dai vecchi soci (ora azionisti) delle popolari.

Davvero inconcepibile che, il primo gruppo bancario italiano non adempia quanto viene ad esso richiesto in termini efficienti, efficaci e tempestivi. Nel consueto teatrino italico, in perfetta sintonia con i restanti attori istituzionali e sociali, quanto viene riprodotto dai mass-media è quanto viene “comunicato”. Ciò che appare, non è. Di tutt’altro tenore è invece la sostanza, quello che succede alle vittime da crac bancario. In questa situazione il soggetto principale è un istituto di credito che ha acquistato due popolari al costo cadauna di 0,50 centesimi di € e che ad ottobre 2017 aveva annunciato la messa in disponibilità di 100 milioni di € per i “poveri truffati”. A tre anni data dal proclama erga omnes, nulla è dato a conoscere sul seguito dell’operazione se non che i soldi sono stati per il momento accantonati in attesa di destinazione. Per altro verso la “pigrizia” nel fornire i documenti utili al truffato potrà, se del caso, essere fatta valere in sede giudiziale quale perdita di chance di fronte all’eventuale negazione del ristoro richiesto.

D’altro canto, il silenzio assordante che circonda questo andamento lento di Banca Intesa, risulta assecondato dai governanti, dalle 19 (diciannove) sigle associative tutte protese alla tutela e cura dei “propri” defraudati ed infine dalle testate giornalistiche radio-televisive con più audience a scala nazionale i cui direttori e/o giornalisti di prestigio sono sempre più presenti nei talk show, a “parlare d’altro”. Il circolo del Partito Democratico di Montebelluna, provincia di Treviso una delle zone più colpite dallo tsunami finanziario, ha chiesto a novembre 2019 dove sono i 100 milioni di € ventilati da Banca Intesa offerti nella misura di 15mila € per ciascuna famiglia bisognosa individuata. La presa di posizione è apprezzabile, ma non ha avuto un gran seguito.

Rimanendo nel campo di chi si doveva porre a servizio, in termini di rapidità e capacità immediata d’azione, arriviamo a CONSAP spa. Trattasi di una società per azioni, interamente posseduta dallo Stato alias Ministero dell’Economia e delle Finanze in sigla M.E.F. affidataria per decisione del Ministro Giovanni Tria (Governo Giallo -Verde) della gestione dell’intero meccanismo messo in piedi, ivi inclusa la gestione operativa della Commissione di esame delle richieste di ristori dal FIR. Il tutto deve (doveva e dovrà) avvenire, non in via cartacea ma in via telematica. Anche la burocrazia si è fatta una sua ragione, in effetti siamo nel terzo millennio. Ebbene, l’esborso per le prestazioni richieste a suddetta azienda statale è stato quantificato in 12,5 milioni di €, rigorosamente sottratti al FIR, di conseguenza meno disponibilità per i risarcimenti. La sostanza dell’incarico conferito, ovviamente senza aver esperito alcuna gara pubblica alla ricerca del miglior offerente, stava e sta nella predisposizione di un software capace e idoneo a far girare le centinaia di migliaia di “istanze” in arrivo. L’allora ed attuale Sottosegretario A. Villarosa (5 Stelle) anticipava i contenuti del Decreto Ministeriale al Sole 24 ore il 4 di maggio 2019 reclamizzando l’importanza del ruolo proprio di Consap che “entro 20 giorni dalla pubblicazione del presente decreto rende operativa una piattaforma informatica per fornire al pubblico informazioni chiare e complete circa le modalità di presentazione della domanda “. La piattaforma, stava scritto nel DM, “ è dotata anche di un sistema interattivo di ricezione e risposta alle domande provenienti dal pubblico”. Sempre lo stesso atto pomposamente affermava che “entro 45 giorni dalla pubblicazione del presente decreto la piattaforma consente agli utenti di procedere alla presentazione formale dell’istanza “. Il provvedimento a firma G. Tria apparve in G.U. l’11 giugno. Quanto avete appena letto: a) informazioni chiare e complete, b) modalità di presentazione delle domande, c) sistema interattivo di ricezione e risposta alle domande, d) presentazione formale dell’istanza, è stato smentito dalla realtà. Infatti, la “macchina” non si è accesa fino al 22 agosto, termine d’inizio fissato per presentare le richieste con scadenza fissata, in prima battuta a febbraio 2020 e quindi ad 18 aprile di quest’anno per migliorie tuttora in corso , della serie “work in progress”. Si accettano scommesse se il termine finale, sarà ulteriormente dilazionato.

Ma non doveva essere tutto a posto entro il mese di luglio? Si, ma quelle sono baggianate che vengono scritte nei decreti attuativi per i comunicati stampa. Ma le 19 sigle che curano gli interessi dei truffati non potevano chiedere i danni causati dall’omessa sperimentazione pagata sulla pelle dai loro iscritti? Si, vero, ma le rappresentanze associative trascorrono l’estate e pure l’inverno rappresentandosi sul territorio da un lato e dall’altro vanno e vengono da Roma stanze MEF/Consap per ricevere lumi. Poi, ad esempio Codacons e Adusbef del Veneto ai quali è suggerito nonché preparato un ricorso alla Corte dei conti contro Mef e Consap per inadempienza prestazionale già ad agosto scorso, preferiscono lasciar perdere. Per fortuna che è sempre attivo l’effervescente Comitato Ezzelino da Romano III, il quale in data 22 gennaio 2020 ha invitato i truffati a sentire le ultime “novità” scodellate dai dirigenti Consap.

A questo punto il lettore potrebbe chiedersi, ma su Consap nessuno ha mai sollevato dei dubbi. Certo che sì. L’organo di controllo della pubblica amministrazione ha svolto un’indagine appropriata ed incisiva sulla gestione dei conti dormienti affidati a Consap, resa pubblica già da giugno 2019 ed in questa occasione ha altresì posto sotto esame il funzionamento l’intera organizzazione preposta allo scopo.

Il giudizio della Corte dei conti non è positivo. I magistrati contabili, tra le altre osservazioni, certificano il mancato obiettivo di indennizzare i risparmiatori rimasti vittime nel default delle banche in base alla legislazione vigente: legge 205/2017 e nr. 145/2018 chiedendo spiegazioni del perché non sono ancora state indennizzate le vittime da frodi finanziarie. I giudici poi, in relazione ai rapporti dormienti, constatando il “costo annuale eccessivo del personale rispetto alle funzioni svolte”, si domandano perché il MEF non sia in grado di reperire personale competente nell’ambito della propria dotazione organica”. Un invito palese, a rivedere in radice la società partecipata. Dalle determinazioni assunte dal Ministro Tria in tema di affidamento a Consap di un servizio a tutt’oggi non perfettamente funzionante, è intuibile che la preziosa relazione redatta farà parte dei fascicoli “a scaffale”. Noi però, abbiamo sempre di che consolarci. È sufficiente ri-ascoltare l’intervento dell’11 gennaio scorso di Andrea Arman che ricorda agli astanti smemorati e per l’ennesima volta i mancati controlli di Banca d’Italia sugli Istituti Veneti -a suo dire -causa primaria del loro affossamento et voilà, tutto torna nel consueto ordine. Galileo Galilei osservava con riguardo al pianeta terra “eppur si muove “che, applicato al caso truffati, diventa “eppure sopravvivono” fino a quando?

Enzo De Biasi

Posted on 26 Gennaio 2020 by Enzo De Biasi  

Link originale http://www.geecco.it/osservatorio-societa-veneta/crac-banche-banca-intesa-e-consap-frenano-lindennizzo/