A LUGLIO DI QUEST’ANNO TUTTO ERA RINVIATO A SETTEMBRE MA ORAMAI LE DILAZIONI E DI RINVII NON POSSIAMO PIU’ ASPETTARE!

La tecnica dilatoria che il Presidente del Consiglio italiano, sta utilizzando, forse in virtù di una deformazione professionale da avvocato da cui sembra non essersi mai liberato, questa volta rischia però di non funzionare, se così fosse, l’Italia rischia di dover ripetere almeno 3 materie alla fine anche di quest’anno Lavoro, Sanità, Scuola.

Il tempo stringe, ad oggi davanti alla Commissione esaminatrice europea è indispensabile riscattarsi perché qualcosa non stava funzionando bene già da prima dello scoppio dell’epidemia e quest’ultima ha solo evidenziato lo stato delle cose.

Avere l’onesta di riconoscerlo, superata la fase di massima urgenza, gioverebbe a tutti.

L’Italia dovrebbe fare la sua parte anche solo riducendo a 4 i primari compiti da svolgere per superare gli esami di riparazione, di cui uno parzialmente lo ha introdotto con il DL 34/2020 tramutato in Legge n. 77/2020.

Lavoro

Serve un programma chiaro, frutto di un confronto trasparente tra mondo delle imprese e sindacato, tenuto conto che, ad oggi, su circa 9 milioni che hanno chiesto la cassa integrazione, a 5 milioni è stata erogata come anticipazione dalle imprese che, quindi, meritano senz’altro maggior considerazione. Inoltre, la politica del lavoro non può essere ancorata all’idea di un sussidio dalla nascita alla pensione passando per una vita di ammortizzatori, ma deve radicarsi nell’elaborazione di idee per la creazione di lavoro reale (si è parlato molto di delocalizzazione, perché, ad esempio, non iniziare, incentivando il ritorno reale di filiere produttive in aree oramai dismesse, con incentivi fiscali, tributari o finanziamenti decennali per gli insediamenti)

L’Italia, e le sue componenti di governo più responsabile, nel sostenere l’esame di riparazione, che hanno rinviato da settembre a data da destinarsi, dovrebbe lanciare un segnale tangibile, avviando uno studio sulla riduzione del cuneo fiscale, accompagnato da un piano concreto di avviamento al lavoro tecnico (un tema che si collega alla scuola) e di sostegno alle tante nuove idee presenti nelle menti di molti italiani (in altre parole meno soldi alle compagnie di bandiera e molto più denaro destinato alla creazione di un grande fondo di venture capital collegato perché no, ad ogni settore imprenditoriale regione per regione un ritorno all’origine di Veneto Sviluppo collegato alle Micro, Piccole e Medie Imprese private (che investa come Erbert a Milano, che è una nuova realtà della distribuzione collegata alle Piccole e Medie Imprese del territorio, che esprime questo concetto. Ecco che, forse, si può così costruire federalismo responsabile, non solo agitando vecchi vessilli che puzzano di retorica).

Sanità

Qui, troppo è stato già detto da pseudo esperti del settore, ma ho paura che una riflessione seria su quanto accaduto deve ancora arrivare. L’indecisione nell’accettare i 37 miliardi del Mes (ricordiamo, da restituire in dieci anni a un tasso particolarmente basso, poco sopra lo 0,1% annuo) per mere ragioni ideologiche, fa a pugni con la ferita ancora aperta da Covid-19. Il MES non è una trappola e adottare un piano per rafforzare le strutture sanitarie, non è solo urgente, ma anche fondamentale per ridurre per quanto possibile le paure e le incertezze che impediscono al sistema economico di riprendere linfa vitale.  Se, invece, l’Italia decidesse di intraprendere altre strade di finanziamento per le necessità di questo importante settore, ben sapendo che sarebbero comunque più costose, lo deve comunque decidere in tempi rapidi, per evitare l’ennesima dimostrazione di instabilità e incertezza nelle strategie politiche fondamentali di lungo termine.

Scuola

Con questa parola si intende fare riferimento all’intero sistema dell’educazione: dall’asilo alle università, nessuno escluso. Il lavoro da fare è molto (tecnologia, orari di lavoro e di studio, buste paga più robuste, restauro degli edifici e non solo) e decisivo per il futuro. Ne va della capacità progettuale del Paese e della sua capacità di creare valore umano, unico volano per il conseguente e necessario sviluppo politico ed economico. L’Europa, anche nella sua componente più solidale ci guarda e vede che il Governo non ha fatto nemmeno il gesto di sfruttare di più giugno e luglio ad esempio per le scuole.=

Housing social

Gli assunti da cui partire sono semplici, occorre ripopolare Venezia che è ormai, nella sua parte storica, arrivata al di sotto della soglia oltre la quale non esiste più una città. Ma non solo ripopolare Venezia è importante ma occorre che vi siano case dove abitar a Venezia e non solo, luoghi economicamente accessibili. Le case a Venezia, ma in moltissime città del Veneto e non solo, non ci sono perché un enorme patrimonio abitativo è stato sottratto al mercato ordinario per trasferirsi al mercato molto più lucrativo degli affitti turistici, ma lo stesso problema si pone in moltissime località che si sono spopolate in tutti questi anni costruendo abitazioni per benestanti e trascurando i più.

Le risposte a questo problema sono solamente due e vanno tenute assieme.

Fare una legge, come accade nelle maggiori città europee dove questo problema si presenta, che vincoli a una licenza comunale la possibilità di affittare ai turisti, lasciando questa facoltà solo a chi risiede a Venezia o chi decidere di risiedere a Venezia come in altre località, in questo modo si libererebbero migliaia di alloggi, che non potendo più essere affittati ai turisti entrerebbero nel mercato ordinario con affitti accessibili. Oppure, fare una seria politica di housing social, che come già citato da me nell’articolo di fondo precedente, vede Vienna al centro della discussione dopo 100 anni di housing social. Tralasciando Venezia e la sua peculiarità anche se non trascurabile da portare in riflessione per gli amministratori pubblici attuali, la risposta alla domanda di abitazioni in affitto a un canone accessibile esiste e si concretizza nella formula del housing social, abitazioni date in affitto a canoni inferiori del 40/60% ai valori del mercato a percettori di redditi medio/bassi, con responsabilità di tenuta e di gestione non solo del proprio alloggio ma anche della comunità Condominiale, Vienna docet.

Di housing social, come Associazione Veneto Eccellenze, ne parliamo da tempo, pochi sono gli esempi realizzati, il motivo non sta nella particolare difficoltà che comporta mettere sul mercato abitazioni con queste caratteristiche, ma in uno snodo procedurale decisivo, che, nelle proposte fin qui fatte, non viene affrontato nel modo giusto. Tale snodo riguarda il fatto che le abitazioni in housing social possono essere realizzate esclusivamente dalle Amministrazioni Pubbliche e la componente privata deve limitarsi alla parte realizzativa. Infatti il basso costo dell’affitto, che caratterizza il housing social, può essere praticato solo se i costi di realizzazione e gestione degli immobili sono contenuti e i costi possono essere contenuti solo in assenza di oneri, se vi è la disponibilità delle aree, se non vi sono attese di reddito da parte di chi promuove gli interventi e se non vi sono o sono molto limitati i costi di gestione.

L’intervento fatto dai privati non risponde a nessuna di queste condizioni:

  • 1) Le aree vengono giustamente valutate al valore di mercato.
  • 2) Gli oneri di costruzione debbono essere versati.
  • 3) Il privato deve remunerare il proprio rischio d’impresa e i propri oneri finanziari e deve realizzare le aspettative di reddito connesse al proprio ruolo imprenditoriale.
  • 4) La gestione verrà affidata a soggetti che hanno anch’essi delle giuste aspettative economiche.

La somma di tutte queste voci di costo rende dunque non fattibili vere operazioni di housing social da parte di operatori privati.  Ma ora abbiamo un’opportunità, non so se consapevoli o inconsapevoli, ma il parlamento ha introdotto tra i benefici della Ristrutturazione ad Ecobonus, Sismabonus al 110 e 100% anche le Case Popolari governate dai vecchi IACP e le Cooperative Sociali, perché non rendere duraturo questo strumento per regolarizzare il mercato e portare gli immobili ad uno stato di fatto da anni duemila. Perché sostengo questo, perché nessuno di questi oneri citati entra in gioco qualora le abitazioni vengano realizzate dall’Amministrazione Pubblica.

In questo caso le abitazioni rimangono di proprietà pubblica e disponibili indefinitamente per essere affittate a prezzi calmierati.

In più se le aree sono già di proprietà pubblica, non incidono sui costi dell’intervento, se il Comune deve procurarsele, ciò può essere fatto a costo zero o comunque molto contenuto, attraverso semplici manovre urbanistiche. Gli oneri di costruzione non incidono. Il ricorso al mercato finanziario per realizzare gli interventi può essere fatto dai Comuni alle condizioni più vantaggiose. I Comuni non devono avere aspettative di rendita, che comunque si realizzerà quando gli interventi saranno ammortizzati, ma se le opere recuperate o ristrutturate o costruite tutti i costi verranno scaricati all’impresa ed all’operazione di cessione del credito, ogni Comune gestisce già uno stock di edilizia pubblica, e l’aumento del parco abitazioni da gestire non incide in modo significativo sui costi già in atto. Per questi motivi l’intervento diretto da parte dei Comuni rende fattibili le operazioni di housing social in quanto gli affitti debbono remunerare costi molto più contenuti, le rende permanenti, arricchisce il patrimonio pubblico e lo trasforma in una rendita nel lungo periodo. La cosa straordinaria, che gli Amministratori Pubblici in tutti questi anni non hanno capito, è che questo è un risultato importantissimo per i cittadini e per la comunità e si realizza a costo zero.

Se poi si cartolarizzano gli affitti, parola magica che da 20 anni ha prodotto una economia di mantenimento per lo Stato Italiano e per gli Enti Locali con la cartolarizzazione dei debiti con la ex Equitalia ora AdERiscossione, si dimostra come gli oneri di costruzione più gli interessi con finanziamenti a trenta anni da parte della Cdp più gli oneri di gestione e manutenzione porta a cifre che corrispondono a canoni mensili più bassi appunto del 40/60% degli affitti di mercato. Pertanto i Comuni possono fornire ai propri cittadini alloggi in housing social senza spendere un euro, cartolarizzando gli affitti. Per assurdo ciò tra l’altro consentirebbe di procedere in modo teoricamente indefinito nella realizzazione di questo tipo di abitazioni, fino al raggiungimento di “una casa per tutti a canone sociale”.

Nei programmi di molti sindaci italiani era prevista la realizzazione di alloggi in housing social nel corso della legislatura e a mia conoscenza solo il Comune di Marcon ne è riuscito a realizzare alcuni approfittando del Piano Casa della Regione, obbligando, in questo caso dei costruttori a mettere a disposizione uno o più alloggi pur di ottenere l’ampliamento richiesto. Ma nella maggioranza per sottovalutazione (forse) e per incapacità (certamente) non ne è stato fatto neanche uno. Eppure negli anni ’70 in Veneto grazie alle Coop Rosse e/o Bianche si sono creati progetti di residenza a basso contenuto di costi, oggi nessun progetto è stato pensato dalle Amministrazioni quando invece vi sarebbero aree ed edifici di proprietà pubblica in tutto il territorio regionale Veneto utilizzabili per questo scopo. Il problema è che da tempo le pubbliche amministrazioni hanno perduto la capacità di agire, intendendo l’amministrazione della cosa pubblica non come una semplice procedura gestionale che consente o nega, ma come una vera e propria struttura operativa che agisce direttamente nei processi di trasformazione territoriale.

In questo modo vediamo il territorio preda di attacchi nazionali e internazionali che fanno il bello e il cattivo tempo dettando le regole degli interventi (alberghi, abitazioni in classe A+++ che non hanno nemmeno i minimi requisiti di Risparmio Energetico, fatti con le vecchie concessioni ed i vecchi criteri) che le amministrazioni gabellano come politiche di sviluppo.  E le città sono sempre sempre più degradate e svuotate. Sarebbe molto facile invertire questo trend volendolo e soprattutto sapendolo fare.
Per questo, serve un piano da presentare subito alla Commissione Europea, con cui dimostrare l’impegno dell’Italia di creare una stretta interconnessione tra scuole tecniche, mondo del lavoro e strutture abitative.

Se l’Italia avrà l’ambizione e il coraggio politico di varare un piano imperniato su questi quattro pilastri, archiviando ideologiche avversioni alla UE e velleitari programmi di decrescita felice, non dovrà nemmeno temere il probabile cambio di rotta nella ripartizione delle risorse UE che dal sistema delle sanzioni, potrebbe costruirsi su quello degli stimoli lo sviluppo. Del resto il potere di condizionamento dei singoli Stati in virtù della futura autonoma politica di bilancio della UE per mezzo del programma NGEU (Next generation), potrebbe indurre a responsabilizzare gli Stati più di quanto avvenga oggi e, quindi, perché non anticipare i tempi sorprendendo la Commissione e dimostrando di aver studiato tutto l’anno.

Così eviteremo la tanto agognata e sonora bocciatura?

Il Direttore Generale Veneto Eccellenze Maurizio Ebano