Nel periodo estivo del 2020 si era insinuata tra la gente la speranza che il peggio fosse passato e che la vita sarebbe tornata in tempo relativamente breve alla normalità. Certo si era parlato di una seconda ondata, di virus in grado di resistere e proliferare con temperature più rigide, però c’era appunto la speranza che tutto si sarebbe concluso con niente di più che una lieve recrudescenza nei mesi invernali.

Se però andiamo a vedere quello che è accaduto, le cose non sono andate propriamente così, o meglio questa visione non è coincidente con quanto rilevato nel mondo delle imprese. Certamente c’è stata una ripresa nei mesi a ridosso dell’estate e poi nei mesi estivi, però non nel senso di una ricostituzione dei volumi degli stessi mesi dell’anno 2019. E ciò è stato confermato anche nei mesi autunnali che non hanno raggiunto neanch’essi i risultati dell’anno precedente. Questo dato viene confermato prendendo come riferimento un’indagine condotta dall’ Istat.

I quattro quinti delle imprese oggetto di indagine (804 mila, pari al 78,9% del totale) sono microimprese (con 3-9 addetti in organico), 189 mila (pari al 18,6%) appartengono al segmento delle piccole (10-49 addetti) mentre sono circa 22 mila quelle medie (50-249 addetti) e 3 mila le grandi (250 addetti e oltre) che insieme rappresentano il 2,6% del totale. Più della metà delle imprese è attiva al Nord (il 29,3% nel Nord-ovest e il 23,4% nel Nord-est), il 21,5% al Centro e il 25,9% nel Mezzogiorno.

Come ci si poteva aspettare il risultato è migliore rispetto ai mesi precedenti, quelli della pandemia con lockdown, (ci volevo poco del resto): il 68,4% delle imprese (che rappresentano il 66,2% dell’occupazione) dichiara una riduzione del fatturato nei mesi giugno-ottobre 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019. Nel 45,6% dei casi il fatturato si è ridotto tra il 10% e il 50%, nel 13,6% si è più che dimezzato e nel 9,2% è diminuito meno del 10%. Rispetto a quanto rilevato per il bimestre marzo-aprile 2020, si conferma dunque un’elevata incidenza di imprese con il valore delle vendite in flessione (erano il 70%) ma si riduce l’intensità: il 41,4% delle imprese aveva infatti riportato una riduzione del fatturato superiore al 50% rispetto agli stessi mesi del 2019, il 27,1% tra il 10 e il 50% e il 3% meno del 10%.

Una cosa è certa: pur in presenza di un periodo più favorevole non si è avuta però la ripresa fino al ripristino dei volumi del 2019 come qualcuno (più di qualcuno), anche tra gli addetti ai lavori, aveva ipotizzato fosse possibile già subito dopo l’estate.

TENDENZE PER IL PROSSIMO FUTURO

Per il periodo dicembre 2020 – febbraio 2021, il 61,5% delle imprese prevede una contrazione del fatturato rispetto agli stessi mesi dell’anno precedente. Nel 40% dei casi il calo è previsto tra il 10 e il 50%, nel 15,1% di oltre il 50% e nel 6,4% di meno del 10%.

In termini prospettivi la maggior parte delle imprese (52,5%) conferma l’andamento sperimentato nel periodo giugno-ottobre 2020. Nei rimanenti casi invece, prevale un giudizio più negativo. Quasi una impresa su quattro (226 mila unità, pari al 22,6% delle imprese e al 18% dell’occupazione) prevede un peggioramento e il 18,0% (180mila) non è in grado di fare previsioni.

Le valutazioni negative sono diffuse nei settori più colpiti dalla crisi, ossia servizi di alloggio (42,1%), ristorazione (31,9%), agenzie di viaggio e tour operator (35,8%), attività sportive, di intrattenimento e divertimento (32,2%) e attività creative e artistiche (31,6%).

A livello territoriale, la quota di imprese che attendono una diminuzione del fatturato è lievemente maggiore nelle regioni del Nord (Nord-est 24,6%, Nord-ovest 23,3%, Centro 22,1% e Mezzogiorno 20,4%).

Quindi le imprese del campione si aspettano un futuro abbastanza simile alla situazione attuale, quindi con un profilo di fatturato con differenze simili rispetto al 2019 di quelle dei mesi autunnali: questo aspetto sposta in avanti le previsioni di ritorno alla situazione pre covid.

CONSIDERAZIONI PRELIMINARI SULLA SITUAZIONE FUTURA

E’ naturale che quanto è stato riportato prima e quanto si affermerà dopo rappresentano una media di una miscellanea di situazioni. La caratteristica particolare della crisi derivata dal covid-19 è proprio nel fatto che, diversamente da altre, ha agito pesantemente su alcuni settori, in modo importante su altri, ma ne ha addirittura favorito altri, ad esempio quelli collegati alle vendite on-line.

La storia del Covid sta insegnando ad esempio che:

  • Anche in caso di ritorno alla normalità ci vorrà del tempo perché le abitudini di comportamento di acquisto tornino a quelle che erano prima della pandemia, e di conseguenza i volumi di fatturato;
  • Quanto più tempo passerà tanto più la durata di questo comportamento sopra descritto si allungherà, quindi il ritorno ai fatturati pre pandemia si sposta verso il 2022.

Riferendoci più strettamente all’ambito medico, possiamo anche pensare che:

  • A gennaio e febbraio, mesi tradizionalmente di picco per la manifestazione dell’influenza, ci sono le condizioni più favorevoli per la recrudescenza dei fenomeni collegati alla pandemia;
  • L’entrata in gioco del vaccino, la cui efficacia non può essere rassicurata a priori, comporta due interventi a distanza di 90 giorni l’uno dall’altro. Solo dopo il richiamo si potrà parlare, e vedremo in che modo, di possibile immunità.

I governi nazionali si muoveranno di conseguenza, cercando in linea di massima di confermare le politiche di sostegno attuate finora.

In Italia ad esempio si è previsto di estendere la moratoria sul credito da gennaio a giugno 2021 e probabilmente vedremo attuate altre misure sulla Cassa Integrazione e sui ristori.

A questo proposito vanno fatte alcune considerazioni che non devono mai abbandonare l’imprenditore, o comunque gli amministratori, quando fanno previsioni o piani sul futuro:

  • Lo spostamento dei piani di ammortamento a seguito della moratoria sollevano le imprese dal pagamento di rate pesanti nei mesi della pandemia, ma esse non sono “gratis” e manifesteranno il loro effetto appesantendo le rate che verranno pagate dopo fine della moratoria con gli interessi maturati;
  • I prestiti “facili” ottenuti attualmente, in presenza di preammortamenti anche lunghi (due anni) porteranno a rate importanti al termine di detti preammortamenti;
  • L’effetto delle due componenti porterà le imprese ragionevolmente a fine 2021 e per tutto il 2022 ed oltre ad avere grossi impegni finanziari: bisogna che fin da adesso le aziende ne siano coscienti e ne tengano conto.
  • Appena si tornerà alla normalità le banche “chiederanno” in modo virile il rispetto dei parametri che caratterizzano l’equilibrio finanziario.

COME DEVONO COMPORTARSI LE IMPRESE

Ovviamente la prima discriminante è la posizione del settore in cui opera l’impresa rispetto agli effetti della pandemia.

Dopo quasi 10 mesi di storia è ormai molto chiaro quali sono i settori che traggono vantaggio dalla pandemia, quali altri sono in lieve flessione e quali invece sono in grave o gravissima flessione.

L’azienda dovrà di conseguenza pianificare il proprio tipo di strategia: di attacco, di difesa o sopravvivenza.

Non è necessario avere sistemi particolarmente sofisticati per fare la previsione però sarebbe bene che l’azienda abbia per metodo la simulazione di conto economico, stato patrimoniale e rendiconto finanziario: essere colti di sorpresa è sempre la cosa più grave che possa accadere. Avere un’idea sufficientemente precisa della capacità di sopravvivenza dell’impresa e dei mesi di autonomia finanziaria costituisce la base per condurre la nave oltre la tempesta.

IN PRATICA

Bisogna prendere in considerazione il conto economico 2019 e cercare di operare per confronto partendo naturalmente dal fatturato ed andando a dimensionare le varie voci di costo.

Abbiamo due possibilità: lavorare con dettaglio annuale o trimestrale o mensile. La raccomandazione è di partire con l’annuale e poi cercare di passare al dettaglio voluto.

E’ quindi fondamentale valutare il fatturato 2021: si prenderà il bilancio 2019 e si calcolerà la percentuale di decremento (quasi sempre sarà purtroppo così), naturalmente si stanno considerando le aziende che perderanno fatturato rispetto al 2019. Si può prendere come base il decremento delle vendite del 2020 rispetto al 2019 dei mesi di settembre-ottobre-novembre. Qualora si preveda un ritorno alla normalità durante l’anno si andrà a diminuire il decremento di tanti dodicesimi quanti sono i mesi di ritorno alla normalità.

Facciamo un esempio pratico. Prendiamo un’azienda che ha fatturato 100 nel 2019. Essa opera in un settore che nella fase attuale, quella di pandemia senza lockdown (mesi autunnali del 2020), perde mediamente il 24% secondo i dati di mercato di quel settore. Si pensa che l’anno prossimo essa possa tornare a regime 2019 dal mese di settembre. A questo punto decrementiamo il 24% di 4 dodicesimi (mesi da settembre a dicembre): ecco che il decremento scende al 16% per cui il fatturato potrà essere assegnato pari a 84. Qualora si faccia una previsione su base mensile occorrerà tenere conto del fatto che il fatturato rientra a valori del 2019 da settembre.

In questo modo possiamo procedere lungo il conto economico applicando la percentuale di fatturato ai costi variabili (merci e servizi) e tenendo fissi gli altri costi e potremo avere un’idea della redditività.

Il costo del personale va valutato in un modo diverso in quanto occorrerà valutare il risparmio percentuale determinato dall’utilizzo della Cassa Integrazione. Bisognerà quindi conoscere gli strumenti messi a disposizione dal governo: tali strumenti sono sempre in evoluzione e vengono spesso messi a conoscenza delle imprese a ridosso del periodo di validità rendendo di fatto impossibile qualunque pianificazione. Attualmente ad esempio non è ancora certo il meccanismo di applicazione per il 2021.

Alla fine di questo processo si arriverà alla valorizzazione della differenza tra ricavi e costi: qualora si ottenga un valore non soddisfacente occorrerà rivedere i costi.

Una buona metodologia è quella di dividere i costi tra:

  • NECESSARI (assolutamente necessari per la continuità aziendale)
  • INDOTTI (connessi al raggiungimento di risultati strategici)
  • RINVIABILI (anche non sostenibili senza particolari ripercussioni)

Cercando quindi di ridurre il loro ammontare totale.

Altra possibilità è quella di attingere al magazzino in sostituzione degli acquisti: è un sistema di facile ed immediata attuazione ma necessita di un’attenta gestione delle giacenze. Tale sistema deve essere particolarmente accurato per i materiali più importanti perché si potrebbero avere gravi danni per l’azienda in caso di disservizi.

Alla fine si può rivedere se la differenza ricavi meno costi avrà assunto un valore positivo o comunque accettabile.

Tale risultato può diventare una guida per l’anno 2021: meglio ancora sarebbe dettagliarlo per trimestre o mese ed adottarlo come budget economico.

Per quanto riguarda la situazione finanziaria bisogna cercare di avere sotto controllo almeno i tre mesi futuri relativamente agli incassi e pagamenti derivanti dall’attività aziendale nella sua globalità. Sono molto utili ad esempio gli scadenziari attivi e passivi.

La differenza calcolata tra flussi attivi e passivi andrà ad incidere favorevolmente o no sul saldo di cassa a partire dalla situazione di inizio periodo (ad esempio il 31 dicembre), e va sempre confrontata con gli affidamenti in essere.

Occorre sempre avere bene in mente che la moratoria sui finanziamenti “droga” tutti i risultati per queste ragioni:

  • Elimina dai flussi di cassa ravvicinati (sappiamo bene che si tratta di un rinvio) il pagamento dei finanziamenti per cui si rischia di avere una visione falsata delle cose: ad esempio rilevare recuperi di liquidità e considerarli strutturali quando invece essi sono più limitati o addirittura non esistono se escludiamo il beneficio pro tempore della moratoria;
  • Non si vede la maturazione degli interessi passivi che verranno poi pagati quando riprenderà il flusso normale dei pagamenti (dovrebbero in qualche modo generare una specie di stanziamento: riservare una cifra di denaro che dovrà essere disponibile in futuro;
  • I finanziamenti Covid hanno anch’essi alcuni caratteri che rischiano di dare all’azienda una percezione distorta della situazione: ad esempio i preammortamenti per i prestiti di importo più grande o la restituzione differita nel tempo per quelli più piccoli: anche questi possono costituire elementi distorsivi nella valutazione.

In generale deve valere il principio che occorre mettere fieno in cascina, perché occorrerà molta finanza nella seconda metà del 2021 e nel 2022 per:

  • Sostenere la ripresa che assorbirà denaro per la ricostituzione del capitale circolante adeguato alla situazione normale (simile all’anno 2019 per capirci);
  • Sostenere investimenti o per sviluppi aziendali o per eventuali interventi nella produzione (ad esempio ripristino di macchinari divenuti obsoleti): consideriamo che nel 2020 e 2021 per forza di cose gli investimenti risulteranno dimensionati al minimo indispensabile;
  • Pagare il sommarsi delle rate per mutui rinviati con moratoria (rate appesantite dagli interessi del periodo di moratoria) alle rate per i nuovi finanziamenti che nel frattempo stanno superando la fase di preammortamento e vanno a piego regime con rate che restituiscono il capitale.

Questo è proprio il minimo di cui l’amministrazione di un’impresa, anche la più piccola, deve tenere conto se vuole gestire questo difficile periodo.

Purtroppo l’indecisione del governo italiano non aiuta: le imprese lavorano meglio all’interno di un quadro definito, magari anche con misure più difficoltose, rispetto ad una situazione di incertezza con molti provvedimenti, spesso contraddittori, che si susseguono senza logica.

Le nostre aziende, e lo sanno, ne devono tenere conto: del resto siamo italiani, e quindi lo dimostriamo nel bene e nel male, nei nostri pregi e nei nostri difetti!

CIRO CONTE – Consulente Aziendale Rete di Veneto Eccellenze Crisi d’Impresa