Il racconto dell’odissea di alcuni ragazzi italiani impegnati nel progetto Erasmus in Spagna, che non riescono a tornare in Patria a causa dell’emergenza Coronavirus

Mi chiamo Serena Calzavara, sono una studentessa di 21 anni presso la facoltà di Comunicazione Interlinguistica Applicata dell’Università degli Studi di Trieste. A partire dal 15 febbraio 2020 ero impegnata nel Progetto Erasmus in Spagna, più precisamente a Murcia. Mentre ancora mi stavo ambientando nella nuova città all’estero, in Italia, invece, iniziava a presentarsi l’emergenza del coronavirus. All’inizio, non prendendo ancora seriamente il problema, mi sentivo fortunata di trovarmi lontana da casa, in un Paese in cui la vita di tutti i giorni si svolgeva normalmente, ma soprattutto dove la questione “coronavirus” sembrava non esistere.

La situazione però è iniziata a diventare un po’ pesante dal momento in cui alcune città italiane sono state dichiarate come zone rosse e sono state introdotte misure restrittive, poiché nei telegiornali spagnoli non si parlava d’altro. Da lì, la situazione è andata sempre peggiorando, in quanto noi italiani eravamo visti con occhi “diversi”. Per esempio, spesso ci venivano fatte battute, alle quali ridevano solo gli spagnoli, oppure ci veniva chiesto se eravamo italiani, da quanto eravamo in Spagna e da quale parte d’Italia venivamo, o addirittura qualche volta mi è capitato di venire un po’ allontanata. Nonostante questo clima sempre meno piacevole, fino alla domenica 8 marzo tutto continuava tranquillo. Infatti, lo stesso giorno io e il mio gruppo di amici eravamo andati a visitare in giornata Cartagena, ancora felici e spensierati. Tutto iniziò a cambiare, però, dalla mattina di due giorni dopo.

Quel martedì mi trovavo nel mio bar di fiducia a bere un caffè dopo le lezioni, quando leggendo il giornale mi colpì un articolo in cui il Governo spagnolo ammetteva che non controllava l’epidemia nella capitale, dove in un giorno erano già arrivati a quasi 600 casi. Inoltre, da alcune conoscenze a Madrid, ci era arrivata la notizia che da lì a pochissimi giorni avrebbero chiuso le scuole. A quel punto, io e i miei amici abbiamo iniziato a preoccuparci, poiché consapevoli della situazione in Italia, eravamo sicuri che a breve sarebbe degradato tutto anche in Spagna. Allora, insieme, abbiamo deciso di valutare l’idea di tornarcene a casa, ma già il giorno dopo la Spagna aveva chiuso le frontiere con l’Italia, quindi tutti i voli diretti a qualsiasi città italiana erano stati cancellati dalle varie compagnie aeree. A quel punto, iniziò a salirci il panico, poiché avevamo capito che bisognava muoversi in fretta e che lì la situazione stava degenerando molto più velocemente di quanto previsto. Nel frattempo, però, la scelta non era facile e rimaneva un grande punto interrogativo: cosa fare con la borsa Erasmus e con l’università? Gli uffici di Relazioni Internazionali non ci avevano comunicato nessuna direttiva, non ci era arrivata nessuna mail dall’ateneo italiano e tantomeno sapevano darci informazioni sicure quando li abbiamo contattati per telefono. La decisione, quindi, rimaneva a nostro personale giudizio. Si era trasformata in una vera e propria corsa contro il tempo, perché le misure contro il coronavirus stavano cambiando di giorno in giorno tanto in Italia come in Spagna e negli altri paesi europei, diventando sempre più restrittive.

La tensione cresceva anche per i nostri genitori, nemmeno loro si sentivano più sicuri di lasciarci lontani da casa, consapevoli che l’assistenza sanitaria in Spagna non era delle migliori: quella stessa settimana, infatti, una mia coinquilina stava male, con febbre a 39, un po’ di tosse e vomito. Abbiamo chiamato il numero di emergenza 112 per ben tre volte, ci hanno detto che sarebbe arrivato un medico, ma ancora oggi non si è mai presentato nessuno. Alla scelta decisiva di tornare a casa, la sera del mercoledì 11 marzo, senza nemmeno pensarci due volte, io e altri due miei amici abbiamo comprato i biglietti del volo da Alicante a Ginevra per il giorno dopo, vista l’impossibilità di arrivare in Italia in maniera diretta. La notte stessa mi sono preparata la valigia e la mattina seguente, alle 05:30, sono partita da casa: iniziava un vero e proprio viaggio della speranza.

 

Tutto il percorso era stato pianificato molto accuratamente, tenendo in conto di tutte le possibili varianti ed eventuali problemi, ma sempre senza la certezza di riuscire ad arrivare a casa. Infatti, per studiare la tratta più corta possibile e, soprattutto, affidabile, sia noi studenti sia i genitori abbiamo telefonato più volte la Farnesina, l’Ambasciata italiana in Spagna, il Consolato svizzero e i call center delle varie società di trasporto. Tutto questo per avere la garanzia delle frontiere aperte e per sapere se c’erano eventuali annullamenti nella tratta. Dopo aver camminato per mezz’ora con le valigie, ci siamo incontrati nella Stazione degli autobus di Murcia e alle 06:15 avevamo il pullman che ci avrebbe portati in aeroporto ad Alicante. Con la compagnia EasyJet siamo arrivati a Ginevra, dove, una volta atterrati in aeroporto, abbiamo subito preso il treno per la Stazione Centrale di Ginevra. Da lì, abbiamo preso un treno alle 13:39 che ci ha portati fino alla Stazione di Milano Centrale, dove ho dovuto separarmi dai miei amici, per prendere nuovamente un treno, questa volta per Padova. Quando sono arrivata a Padova, ormai di sera, ho preso l’autobus fino al mio paese, Camposampiero. Finalmente alle 22:00 aprivo la porta di casa.

Fortunatamente, io e i miei amici siamo riusciti a rientrare in Italia appena in tempo, ma purtroppo ci sono ancora tanti italiani bloccati in Spagna. In loro aiuto abbiamo anche creato un gruppo WhatsApp per dar loro una mano e addirittura una petizione, nel sito di change.org, al fine di sensibilizzare le autorità a considerare anche questo problema.

Serena Calzavara