La Mostra del Cinema di Venezia è arrivata alla 77esima edizione, adeguandosi alle regole dettate dalla pandemia in corso, provvista di mascherine, gel igienizzanti, poltrone legate per non essere occupate e prenotazioni sul sito della Biennale a partire da 72 ore prima della proiezione per accaparrarsi un posto in sala. Le file e le attese di ore, insomma, sono state sostituite da una leggera ansia perenne che accompagna ogni accreditato per riuscire ad accedere al sito in tempo per aggiudicarsi un buon posto.

Apre il festival il film Mila (Apples), di Christos Nikou, regista greco che, dopo aver lavorato con Yorgos Lanthimos, suo connazionale più famoso, partecipa nella variopinta categoria Orizzonti. Con una storia in cui, in un certo senso, una pandemia c’entra: al posto del covid, l’amnesia, che può colpire chiunque e in qualunque momento, e per cui decine di persone ogni giorno vengono portate in ospedali specializzati nel “vivere di nuovo”: se un paziente non viene reclamato da un parente (che nel frattempo, giustamente, può essersene scordato), comincia un percorso per creare un’identità da zero, seguendo una lista di cose da fare semplici (per esempio: andare al cinema) e un po’ più complesse (rimorchiare una ragazza al bar, portarla in bagno, averci un rapporto). Perché l’amnesia che colpisce non fa loro scordare che cosa hanno fatto il giorno prima, ma il proprio nome, la propria famiglia, il luogo in cui si è cresciuti, i gusti musicali, che cosa piace o non piace. Al protagonista, apparentemente, succede questo. Nikou è evidentemente influenzato da Lanthimos (che per me è come Re Mida: qualsiasi cosa tocchi, è oro), ma non riesce a reggere il confronto, il passo e neppure l’andatura: lo scimmiotta, inserendo personaggi fisicamente apatici, senza pulsioni o istinti, molto composti anche nel parlare di incidenti stradali, e persone che si scelgono anche se non si vogliono. Un film che ha voluto mischiare Memento e The lobster senza lontanamente avvicinarsi a nessuno dei due.

Secondo film molto atteso, con protagonisti Alba Rohrwacher, Luigi Lo Cascio, Laura Morante e Silvio Orlando: Lacci di Daniele Luchetti. Mostra la relazione turbolenta, incastrata tra tradimenti, ritorni, allontanamenti, cose non dette, di Vanda e Aldo, coppia di sposi che, tra un tira e molla e l’altro, si sopporta per più di quarant’anni. A far da sfondo, Anna e Sandro, sorella e fratello che immagazzinano, come tutti i bambini, la storia disastrata dei genitori. Il riassunto del film: bei vestiti, frustrazione, casa in disordine, gatti smarriti, e i lacci delle scarpe che, metaforicamente, riassumono un po’ i rapporti umani: stretti, e a volte ridicoli, come quando si legano facendo le orecchiette da coniglio (che io faccio tuttora).

Ma la vera sorpresa della giornata non è nemmeno in concorso e viene direttamente dalla Corea del Sud, paese che ultimamente non delude mai, e certo non si smentisce a Venezia. Night on paradise di Park Hoon-jung (no, non quel Park) parte come un semplice film d’azione ambientato all’interno della mafia coreana, in cui principalmente due gruppi si battono per il mercato delle armi. Il protagonista Tae-gu perde la sorella e la nipote, uccise dai rivali, e decide di cercare vendetta. Quello che non sa è che sarà a sua volta ricercato, finendo per nascondersi a casa di un amico e della di lui nipote, fornitori di armi a prezzi stracciati. Il bello del film, ciò che sorprende, è che parte appunto come un bellissimo film di mafia e prosegue parlandoci d’amore, abbandono, lutto, morte e protezione; parla di lealtà, coraggio, vendetta. Il tutto condito dalle classiche scene d’azione dei sudcoreani, esteticamente perfette, quasi dolorose.

Altre comparse al Lido: ovviamente Cate Blanchett, presidentessa di giuria, Tilda Swinton, premiata per la carriera, ed Ester Exposito, star della serie Netlix Spagna Elite.

Anja Trevisan